lunedì 9 novembre 2009

49. Oggi parliamo di sesso (parte 5/12)


Le donne, abbiamo dunque sostenuto nelle puntate precedenti, sono indecifrabili ed imperscrutabili e, probabilmente, anche questo fa parte del loro fascino (?).

Dal momento che aborro la vivisezione, seppure per dimostrazioni scientifiche di indubbio ed indiscutibile valore, permettete che, almeno questa volta, sia io stesso il caso clinico oggetto di studio: almeno parlerò di qualcosa che conosco!

Ricordo qualche anno fa, anch'io, allora, avevo il vezzo di innamorarmi, innamorarmi come un adolescente.

In verità, in verità Vi dico (carino, questo incipit, nevvero?) quando si parla d'Ammmore, l'uomo resta bambino anche quando cresce: credo si potrebbe trattare di 'regressione infantile'.


E questo le femmine lo sanno... e, spudoratamente ne approfittano.

Permettetemi, visto che con Voi (arrivati alla puntata namber faiv) sono in confidenza, di raccontarVi un episodio capitato al Vostro non più di qualche anno addietro.

Sono un po' in anticipo. Meglio, così mi riordino le idee. E quando arriva lei... le dico tutto. Chissà che faccia fa! Secondo me non se l'aspetta. E sì, perché io con lei mi sono sempre tirato un po' indietro. A dire il vero in amore io mi sono sempre tirato indietro. Non che l'abbia fatto apposta ... mi viene naturale, e di solito funziona. Ha sempre funzionato, una tecnica affidabile.


Ha fatto tutto lei, fin dal primo giorno. C'era anche Massimo. Stava ancora con lui. Me la ricordo benissimo: i suoi sguardi, anche un po' troppo... coraggiosi, sfacciati, allusivi. Ma le donne, quando partono... non le ferma più nessuno. Io mi tiravo un po' indietro... chissà, forse per Massimo, anche se personalmente non lo conoscevo, così, per una sorta di complicità maschile... forse perché era proprio una ragazzina...

Ma lei, carina, molto carina, un po' acerba, selvatica ... il mio genere.

Ma... forse ora... perché ho bisogno di freschezza... oramai sono quasi alla quarantina. Certo... sono appena uscito da una storia di quelle tremende... No, bella all'inizio... ma poi... ecco, si fa a chi soffre di più... Amor proprio, ricatti, bisogni assurdi, litigi estenuanti, tragedie... Mamma mia! Che cosa assurda la cattiva qualità dell'amore! Bisognerebbe scappare, subito, così, senza dare spiegazioni, assumendosi tutte le responsabilità... Che poi forse, dopo un po' di tempo, ci si riesce anche a voler bene. Ma al momento è un disastro... Quelle discussioni che durano giorni e notti... colpa mia... colpa tua... E l'angoscia che s'infila dappertutto... ti penetra, ti distrugge... Bisogna scappare... respirare, rinascere. E allora è chiaro che la ragazzina... sì, insomma... sentire qualcosa, qualcosa di nuovo che sta per nascere.

No, io all'inizio non volevo mica. E anche quando ci s'incontrava da soli ... sì, uno scherzo, una carezza, un sorriso ... Non ho mai voluto andare oltre. Mi bastava la sua presenza, mi bastava anche per quando non c'era. Sì, mi bastava sapere che esistesse. Sublimavo... E forse qui ho sbagliato.

"Perché vedi, Silvia...", le dicevo, "tu per me sei come un caricabatterie. Ogni tre o quattro giorni ti vedo, faccio il pieno, e sono a posto."

Quest'immagine del caricabatterie d'amore mi era piaciuta, perché era la prima volta che mi capitava di gioire così naturalmente della bellezza di una donna. Mi pareva bella anche da lontano, qualsiasi cosa facesse, e dovunque me l'immaginassi: in casa da sola, a ridere in mezzo agli altri... o a letto con Massimo. Insomma, l'amavo... in sé, come se non sentissi nessun bisogno... di averla.

"Un altro caffè, per favore!… Sì, normale, come quello di prima".

Devo dire però che ultimamente il pieno... sì, delle batterie... non mi dura più quattro giorni. Consumo di più: tre giorni, due giorni, un giorno... Maledizione! Mi viene in mente spesso, ho voglia di vederla, anche solo di sentirla. Mi ci vorrebbe un caricabatterie a getto continuo. Lei invece è discontinua. D'altronde glie l'avevo detto io. "Nessun impegno, vediamo come va, intanto c'è Massimo...".

E io ora: SPUMM! Un attacco di quelli tremendi: SPUMM! Un avvampo. È come quando accendi il gas e ce n'è troppo: SPUMM! E il mio cuore libero come un pesciolino che circola e va...

Com'è bella la Silvia! Con quel corpo agile, così snello e dolce nelle sue curve, la pelle sottile, e quei capelli lisci e castani che ondeggiano al suo muoversi. Non cammina, lei. Vola.

Vola tra tutti noi come un angelo... un angelo dolcissimo, ma con lo sguardo ironico, furtivo, quasi perverso. Com'è bella! Sono in trance. In me oscillano valori sentimentali... e anche viziosi. Sì, è vero, vorrei proprio sbatterla su un prato, quella canaglietta! Ma anche accarezzarle i capelli per delle ore con sentimento di eternità.

Quand'è così, è l'amore!

Ma sì, Silvia: ti amo, ti amo. E anche tu, lo so... vuoi lasciare Massimo per me. Mi ami, ne sono sicuro. D'altronde ci si doveva incontrare, è il destino. Non si va contro il destino. Ti amo, ti amo. Ti vorrei sempre. Mi manchi, e soffro, anche. Soffro quando non ti vedo, quando non so dove sei. L'amore è quest'ansia... Sarà l'età che avanza, questo senso di vuoto che si vuole colmare

Perché certamente anche tu quando non mi vedi sei in ansia, lo so. Ma sì, piccolina, è vero. È colpa mia che non te l'ho mai detto, non ti ho mai detto "l'unica" parola che ti dovevo dire. Ma ora è finita. Basta con le attese che dilaniano. Tu cosa potevi fare, poverina... Ora sono io che ho deciso, che ti dico tutto...

"Quel caffè...?!"

Non arriva. È un po' in ritardo. A quest'ora c'è traffico, si sa.

Sì, perché lei non bada a queste cose. Non si sa mai che fa... se viene, se non viene... Non le piacciono gli appuntamenti. Ha ragione, è fatta così. È anche di questo che mi sono innamorato. L'orologio... lei non lo guarda nemmeno... anzi, non ce l'ha. Bisogna che gliene regali uno, di quelle belle patacche che dicono "sei mia!" sì, uno swatch, costa anche poco.

Eccola, sta arrivando. Lo sapevo. Non cammina. Vola. Sono pronto, Silvia. Anche a me non mi ci vuole nulla a volare.

È incredibile come le cose tanto attese, al momento che avvengono, siano un po' meno magiche. Non è facile parlare... degli sconvolgimenti del cuore mentre lei inzuppa la brioche nel cappuccino. Si rischia di recitare delle brutte poesie. Ma non posso certo rimandare ad un altro momento. Ecco, mi concentro, aspetto un attimo di silenzio, e glielo dico semplicemente: "Ti amo".

Lei solleva la testa dal cappuccino e con tutta naturalezza: "Io no. Non ti amo. Credevo di amarti, ma non ti amo. Scusami, mi sono sbagliata".

Ah, però, bel colpo.

Un avvampo, un avvampo, un afflusso di sangue... Il cuore, che prima era così dolce al suo posto giusto, ora si sposta un po' verso l'alto, passa rapido attraverso l'esofago, un mattone, e mi si ferma qui, alla gola.

Devo prendere tempo, ritrovare l'equilibrio, non far capire che vacillo, magari dirle un "Ma che hai capito, scherzavo, volevo metterti alla prova...".

"Un altro caffè, per favore".

Che vigliacca! Fa di tutto per farmi innamorare. Mi cerca dovunque, la spudorata. Dice di voler lasciare Massimo per me... che anche lui, poveretto!... Ma chi se ne frega di Mario. Io ora che faccio? Devo rimontare, lo so... Non è facile rimontare, ma bisogna provarci. Ecco, le dico che non ha capito quanto "lei" sia importante per me. Mi sembra un po' freddina. Rincaro la dose. Le scaravento addosso una tale quantità d'amore da far fondere un frigorifero. Niente, non va mica bene. Non fonde. Allora tiro fuori anche la vecchia storia di mia madre che mi trascurava, quella funziona sempre, della vita vigliacca. Scivolo sempre più nella commiserazione, nel patetico, nel pietismo più spudorato. Non so se questa tirata fa effetto o se è ripugnante. Forse lei è intenerita, forse schifata. Niente, solo un po' distaccata. Siamo all'atto finale: "Silvia, Silvia, non mi dirai mica che non mi vuoi almeno un po' di bene!... Restiamo amici... ecco, sì, due fratelli". Neanche questa so se le è piaciuta o no.

Comunque, Silvia mi gela: "Ti ricordi quando mi avevi chiesto di scegliere tra te e Massimo? Beh lui mi ha detto 'Io ti amerò per sempre', mentre tu, sempre coi tuoi dubbi!".

"Ma Silvia, come fa uno a promettere Ammmore in eterno? Nemmeno so cosa succederà domani! Ammmore eterno: si spera che duri in eterno; si può promettere di fare di tutto perchè Amore duri in eterno, ma come si fa a garantire che durerà in eterno? Non è serio!"

Comunque lei ne approfitta: "Sì, volevo vederti... volevo appunto chiederti... sì, un piccolo prestito..."

"Ma certo..." dico io "ci mancherebbe".
"Ecco, solo due o trecento euro".
"Volentieri... con piacere!"

E lei: "Grazie, lo sapevo che ci potevo contare. Sai... Devo andare qualche giorno al mare ... con Mario".

Quando si firma un assegno siamo già in un'altra dimensione. Più ridicola, ma più vera.

"Ah, già..." È come se di colpo rientrassi nella misura normale delle cose. Ora il sublime se n'è andato... ma automaticamente anche il dolore. II mattone è tornato al suo posto. L'amore, che invenzione! Possibile che sia solo questa dolce illusione?
Ora Silvia si alza, allegra come sempre. Mi bacia, mi saluta e si allontana.

Ma non vola. Cammina.

"Cameriere, ... un altro caffè!"

Conclusione

Le femmine della nostra specie, come abbiano iniziato ad analizzare 'scientificamente' nelle puntate precedenti, sono esseri complessi, mutevoli e, per noi maschi, assolutamente indecifrabili.

Loro, come noi, hanno il dono della parola, ma siamo sicuri che noi e loro si faccia lo stesso uso di questo dono?

Permettetemi di considerare, almeno ora, che non deve essere di nostro interesse comprendere se abbiano ragione nell'uso della parola - i maschi o le femmine -, ma solo cercare di capire se gli uni e le altre diano alle parole, alle frasi (intese come 'un insieme di parole che abbia senso compiuto') lo stesso significato.


Veniamo agli esempi: mi limiterò a riportare alcune frasi, mettendo tra parentesi quello che le femmine della specie realmente pensano quando parlano: Sei un caro ragazzo (Imbecille); Va tutto bene? (È normale che sia così molle?); Dobbiamo parlare (Sono incinta ovvero ho incontrato un altro e ti lascio, ma voglio vederti soffrire); La dimensione non conta. ... (Se non voglio avere un orgasmo ...); Non c'è nessun altro (Mi sto facendo tuo fratello/il tuo migliore amico/il tuo capo-ufficio/il tuo collega, ma sì che hai capito: quello nella tua stanza, quello che ti sta tanto sulle palle); Esco solo con le mie amiche (Non farla tanto lunga: faremo festa, ci divertiremo e sparleremo di te e dei tuoi amici, di quanto il tuo pipino sia piccolo, sempre che non troviamo qualcuno da farci …); Oh si! Li intorno (È da tutt'altra parte ma voglio solo farla finita); No, non ti preoccupare, sono una donna emancipata e, poi, sono per la parità tra uomo e donna: pago io per me (È solo per essere carina; non ho la minima intenzione di fare alla romana… poveraccio, morto di fame, te lo scordi che te la dia); Sarò pronta in un minuto (Sono pronta da mezz'ora, ma voglio farti aspettare perché so che tu lo farai: fai qualunque cosa io dica, sciocco!); Stiamo andando troppo in fretta (Non ho intenzione di fare coppia fissa con te almeno fino a quando non avrò scoperto se quel tipo in ufficio con me, quello nuovo, ci starà); Non mi ascolti mai (Non mi ascolti mai, idiota!); Mi piaci ma... (Non mi piaci, mi fai veramente schifo: non te la darei neanche tu fossi l'ultimo uomo sulla Terra...); Vieni qui (Eddai, lo fa anche il mio cane); Non so, cosa vuoi fare? ovvero Facciamo quello che vuoi tu (Non posso credere non hai pensato a niente mentre tu eri al lavoro ed io facevo shopping); No, solamente non voglio un ragazzo ora (No, solamente non voglio [te come] ragazzo né ora, né mai, ma ti lascerò credere di avere qualche possibilità, perché non si pensi in giro che sono stronza); No, no, … la pizza va bene (Spilorcio bastardo); Sembro grassa con questo vestito? (È da tanto che non litighiamo); Ho solo bisogno di un po' di spazio (... e tu occupi proprio quello spazio, quindi: levati dai piedi!); Non possiamo essere solo amici? (Non ti lascerò per nulla al mondo toccare alcuna parte del mio corpo e, poi, mi vedo già con un altro e non voglio sensi di colpa, mi si rovinerebbe la pelle).

Insomma, considerate le frasi di cui sopra, frasi di vita quotidiana, mi sembra chiaro che esseri umani senzienti di sesso maschile e femminiale diano alle stesse, identiche, medesime frasi un significato non necessariamente opposto, ma indiscutibilmente differente.

Su questa prima conclusione credo non vi siano dubbi di sorta.

Cerchiamo, allora, di capire; meglio (non siamo presuntuosi) di 'cercare' di capire perché ciò avvenga.

Orbene, se fosse vero l'assunto dal quale siamo partiti (ricordate nella puntata precedente ("La femmina è più intelligente")? Se fosse vero il presupposto, ne conseguirebbe che, beh, restando sul vago e, concedendo le attenuanti generiche ed il beneficio del dubbio, appellandosi alla clemenza della corte, diciamo che le femmine si divertono a farci passare per sciocchi, giuocando proprio sul significato delle parole, delle frasi che, come abbiamo testé visto e dimostrato, non è univoco per il maschio e per la femmina: stessa frase, diversi significati.

La conclusione mi sembra tanto lampante quanto evidente ed inoppugnabile, ed io declino ogni responsabilità: la scienza è scienza!

(segue, ...)

NON e` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.


mercoledì 4 novembre 2009

48. Non fiori ... ma opere di bene (una giornata normale)


"Era il 4 Novembre 1966: dopo 2 giorni di intensa e continua pioggia il fiume Arno rompe gli argini alle 5,30 ed inonda Firenze. Dapprima inonda le strada, poi il livello dell'acqua sale sempre di più fino ad arrivare ai primi piani delle case. L'acqua entra nel Battistero, a Palazzo Vecchio, nel Duomo provocando grandi danni alle numerosissime opere d'arte. Muoiono moltissime persone, il patrimonio artistico (sopra il Ponte Vecchio) è minacciato dalle acque. L'Arno lascerà le strade di Firenze 2 giorni dopo, il 6 Novembre, lasciando la città in una situazione catastrofica. Mancava il pane, l'energia elettrica, la gente non aveva più una casa: l'acqua aveva raggiunto i 4 metri e 92 centimetri . Firenze entra così nel suo periodo più brutto del dopoguerra".

Lo so, lo so …. Mi sembra di sentire alcuni di Voi che si domandano perché questo esordio.

Ed io sono qui per risponderVi.

Vedete, da più di un quarantennio ho preso il vezzo di festeggiare questa data.

Ma perché proprio il 4 novembre del 1966? Avrei potuto festeggiare la medesima ricorrenza facendo riferimento alla battaglia di Johnsonville della guerra di secessione americana (1864), la scoperta da parte di Howard Carter dell'ingresso della tomba di Tutankhamen (1922), la disfatta di Rommel nella seconda e decisiva battaglia di El Alamein (1942), l'elezione di repubblicano DiDì Eisenhower (1952) o di RoRò Reagan (1980) o di Babà Obama (2008).

Ma sì, via, avrei potuto mantenere l’anonimato, ma proprio il 4 novembre, proprio del 1966 nacque il Vostro ed oggi ricorre – con tanto di fanfare, di alzabandiere, di parate militari e cerimonie pubbliche – il Suo anniversario (cioè il ‘mio’; devo dire che mi aggrada ed inizio ad abituarmi e financo compiacermi nel parlare di me in terza persona).

Insomma, quello che si dice un’entrata in scena in grande stile, tanto roboante quanto sotto auspici neppure tanto fausti, con tanto di tuoni, fulmini, lampi, gran tremor di terra, squassi e sconquassi ovunque. Se è vero che ‘il buon giorno si vede dal mattino’, beh, si spiegherebbero tante cose.

Per i primi anni, quando non ero che un tenero frugoletto (ebbene, sì, lo ammetto, anche il Vostro è stato un adorabile bimbo), la ricorrenza mi garbava.

Non che non avessero cercato di spiegarmi che non era festa nazionale in mio onore, ma, si sa, i vecchi dicono un sacco di bugie. Era, tutto sommato, veramente piacevole pensare che tutto un Paese si fermasse in mio onore: se penso che alcuni sono nati il 14 gennaio (nel 1919 nasce Giulio Andreotti), il 1° febbraio (nel 1969 Iva Zanicchi e Bobby Solo vincono il festival di San Remo con 'Zingara'), il 9 marzo (nel 1959 viene venduta la prima Barbie), il 23 marzo (nel 1919 viene fondato il Partito Nazionale Fascista), il 6 luglio (nel 1959 muore George Grosznon) non è che ci sia per loro tanto di che andare fieri.

Ma io ero magnanimo e non amavo menar vanto dei miei privilegi.

Poi, d’un tratto, senza che alcuno mi chiedesse neppure un parere (cosa che sarebbe stata per lo meno doverosa), mi hanno gabbato: mi hanno tolto la festa a favore di una ricorrenza modello 6 gennaio!

[Am]La festa appena incominciata e già fini[Dm]ta
il c[E7]ielo non e più con [Am]noi


Non solo, ma per quello che ricordo, per tutti gli anni delle medie e superiore sembrava che i professori si fossero messi d’accordo per far coincidere proprio col giorno del mio compleanno o con quello successivo vuoi interrogazioni, vuoi compiti in classe.

Decisi, allora, di non festeggiare più il mio compleanno ed iniziai a maturare un sordo rancore, in particolare verso coloro che festeggiavano il proprio anniversario il 6 gennaio e che, da allora, si facevano bellamente e spavaldamente beffe di me: “Ma che c’avranno da festeggiare”, mi domandavo.

Per anni, quindi, ho preferito far passare in sordina la data e, se qualcuno (sempre più rari e praticamente nessuno negli ultimi anni) me lo ricordava, giocavo a fare il superiore: “Ah, sì, è vero, proprio non me lo ricordavo. Comunque, … grazie!”.

Ma la verità è che anche a noi che fingiamo indifferenza et superiorità garba ci si ricordi di noi!

Maturai, anzi, una convinzione di carattere etico-filosofico: in fondo, non si tratta che di una data, passa anche quella. Senza considerare che per indicare un quarantatreenne i latini avrebbero detto "quartum agens annum et quadriginta”, laddove l’ ‘agens’, deriva dal verbo ‘ago’ = ‘condurre’, ma anche 'cacciare', 'inseguire', 'rubare', 'rapire', 'portare via' e, quindi, ben più liberamente si potrebbe tradurre 'mi viene sottratto un 43.mo anno di vita': assai poco di cui stare allegrotti.

Dal 2007, se non vado errato (se lo fossi, abbiate rispetto per un anziano signore e fate finta di nulla) ho sorvolato sugli ultimi due compleanni, anche perché mi sembrava che, a parte le altre vicissitudini del 2007, da disoccupato ben poco ci fosse da festeggiare: un altro anno di disoccupazione, forse? No, meglio di no!

Ma quest’anno è diverso e mi sento generoso con me stesso.

Sei mesi fa pensavo di dover vendere l’alloggio e, invece, tengo duro. Non che non abbia maturato qualche idea su quello che potrei fare una volta venduta casa, ma – di fatto – sono ancora qui, nonostante tutto.

E, quindi, sono arrivato alla conclusione che quest’anno me lo merito e mi festeggio.

Ho rispolverato un vecchio rito preparandomi col dovuto anticipo e così, un paio di settimane fa, mi sono comprato sulle bancarelle un paio di libri, praticamente nuovi (è bastato tagliare via la prima pagina di uno dei due che riportava un’improbabile dedica), me li sono incartati con carta da regalo trovata imboscata in casa e ieri sera me li sono messi sul tavolo della cucina in modo da trovarli stamattina per colazione: ho avuto buon gusto, proprio quelli che avrei voluto mi regalassero.

Vabbé, inutile dirVi che questa mattina non mi sono caricato la sveglia.

Mi sono fatto la barba per sentire il fresco novembrino (sissì, si dice proprio così) sulle guance lissie, lissssie, lissie come il culetto di un bimbo: Vi prego di non essere irriverenti, di non fare battute tanto facili quanto scontate e di cogliere, invece, la poesia e la lirica dell’ardita metafora.

Ma la cosa più bella che mi sono voluto regalare è che per oggi, solo per oggi, almeno per oggi non voglio neppure pensare a cercare lavoro né al fatto che non ho un lavoro.

Credo che se non molti, per certo alcuni di Voi mi invidino pensando che in questi anni me la sono spassata allegramente, che fossi un fancazzista felice di esserlo, mentre Voi (alcuni di Voi, intendo) facevano un lavoro di merda, con dei colleghi di merda, con un principale di merda, per uno stipendio di merda, sempre di corsa, …

Ebbene, forse, probabilmente quel qualcuno tra Voi non ha ancora capito che il Vostro non saprebbe cosa dare per quella merda!

Considerino, quei signori, che non c’è stato un solo giorno in questi più che due anni in cui il Vostro non si è dannato l’anima per trovare un lavoro foss’anche stato di merda.

Quando quei signori tormentavano amici, mogli, mariti, figli, amanti vicini di spiaggia con i ‘drammi’ del loro lavoro, beh, io neppure ho avuto vacanze: anche a luglio ed agosto, anche durante i ponti di Pasqua e di Natale io cercavo – evidentemente senza trovare – un lavoro.

Mentre c’era chi malediva quei giorni che precedono il Natale perché, come se non bastasse con tutto quello che hanno da fare, dovevano anche rimbalzare tra un negozio e l’altro alla ricerca degli ultimi regali, beh, a me sarebbe piaciuto avere il problema di fare dei regali senza pensare al mio conto un banca.

Ma, come forse se non molti, almeno alcuni di Voi sapranno, non è mia abitudine lamentarmi: non l’ho fatto negli ultimi 764 giorni, non vedo proprio perché dovrei farlo oggi.

Ed allora quei Signori di cui sopra non me ne vogliano se anche solo, almeno solo per un giorno, me ne andrò in giro pensando che lor Signori lavorano: me la godo di più! E, poi, ... suvvia ... è solo per un giorno ...



Cosa c’è di diverso è che quest’anno ho voglia di festeggiare e di passare almeno un giorno ‘normale’.


Prima di buttarmi verso il centro per un’amena passeggiata, ho fatto tappa in una piccola pasticceria artigianale vicino a casa e mi sono comprato un piccolo vassoietto di funghetti al cioccolato che ho riportato a casa e messo con la dovuta cura in frigo per poter consacrare il rito come si merita alle 16.05: proprio com’era una volta!

Adesso sono qui a terminare di agghindare la nius con le solite immagini e con tanto di filmato (come vedete neppure oggi IO mi dimentico di VOI), ma ho già abbastanza ben chiaro cosa farò dopo.

Me ne andrò in bus verso il centro per scendere davanti a Porta Susa e, magari, dare un’occhiata al nuovissimo passante. Quindi, ammesso che non faccia troppo freddo, mi guarderò le vetrine, entrerò in qualche libreria e in qualche negozio di dischi.

Per pranzo ho già adocchiato una simil-pizzeria dove con solo 5,50 euro mi potrei sbafare una margherita con tanto di coca-cola: non credo abbiano l’adorato chinotto (credetemi, non è la stessa cosa!).

A quel punto me ne vagherò senza meta, così, come se fosse una giornata di vacanza, pensando a tutti quelli che fanno un lavoro di merda mentre – oggi – io faccio nulla: alla faccia loro! SORDI LAVORATORI

Verso le 15.30 dovrò ricordarmi di tornare a casa per mangiare almeno un paio di funghetti.

Per la serata, vi confesso che sono molto, ma molto tentato di andare a vedere un film, anche se non ho la minima idea di quali film ci siano.

Per evitare inutili distrazioni lascerò saggiamente e prudentemente il cellulare a casa: ho sempre detestato il cellulare. È vero, non lo nego, può essere utile, ma ricordo che quando facevo una vita ‘normale’, di quelli con un lavoro di merda, c’erano dei giorni in cui mi accorgevo di averlo lasciato a casa non appena ne uscivo e – ricordo – era un soddisfazione non tornare a prenderlo: per anni siamo vissuti senza ed oggi è la mia giornata ‘normale’!

Dopo tutto ho diritto anch’io ad una giornata per riprendere fiato e vedere cosa succederà domani [come disse non solo la Rossella “Domani è un altro giorno” ('Gone with the wind' di Margaret Mitchell, 1936); ma anche la Vanoni nella versione italiana di un brano inglese poco conosciuto ('The wonders you perform') tradotto da G. Calabrese-Chesnut, arrivata al 2° posto della topten nel novembre del 1971].

Vedete, se sino ad oggi sono riuscito a restare sereno – nonostante tutto – è perché penso alla vita come ad un viaggio in treno.

Lunedì 2 novembre u.c. sono partito da Alberga (è più facile che usi come riferimento Alberga piuttosto che Marmoreo, oscuro ma ridente paesino arroccato sugli Appennini e segnato solo su qualche dettagliata cartina redatta dal genio militare): partenza ore 15:25 arrivo ore 19:00.

All’altezza di Ceva crolla una frana ed i treni sono costretti a procedere a binario unico: ritardo previsto un’ora, effettivo 90 minuti.

Come se non bastasse arrivati che fummo alla stazione Lingotto ci hanno imbarcati su un altro treno (con ulteriore imprevisto ritardo) per giungere, finalmente, a Porta Nuova.

Il povero bigliettaio all’altezza di Savigliano è stato aggredito – sissì, letteralmente ‘aggredito’ con male parole che neppure oso riferirVi per non offendere la Vostra già sensibile sensibilità - da un’anziana coppia (con lei vestita modello pin up del perfetto motociclista) che incolpava il malcapitato di tutte le loro disavventure. E, quando dico ‘tutte’ intendo ‘tutte’, non solo del ritardo del treno.

Il Vostro, invece, è rimasto calmo al suo posto, consapevole del fatto che mettersi anch’Egli ad inveire a nulla sarebbe servito.

Insomma, la vita è come un treno che dovrebbe partire alla tal ora ed arrivare ad una tal altra ora e, per la maggior parte delle persone è proprio così, al più con piccoli spostamenti.

Ma può sempre succedere l’imprevisto ed, allora, a che serve prendersela?

E, poi, come diceva Allan Stewart Konigsberg: “C’è una vecchia storiella: due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice all’altra ‘Ragazza mia, il mangiare qui dentro fa veramente pena’ e l’altra ‘Sì, fa veramente schifo e poi le porzioni sono piccole’. Beh, essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, miseria, sofferenza, infelicità … disgraziatamente dura troppo poco”.




In conclusione – e Vi garantisco che siete prossimi alla fine di questa nius – il Vostro si sta avvicinando all’età di mezzo: senilità, problemi di prostata, irritabilità, mancanza di massa muscolare di fronte all’avanzare della massa adiposa, mancanza di energia (per quanto credo che potrei erogare luce a tutti i quartieri di Torino nord) … ehi, c’è nessuno che mi ferma? La smettete di darmi ragione?

Comunque, se qualcuno pensasse, data la ricorrenza, di regalarmi un mazzo di fiori, mi permetto di ricordarVi che quelli vanno bene per il 2 novembre, mentre il Vostro nacque il 4 novembre!



E, poi, Vi prego, se proprio volete farmi cosa gradita, considerate che la situazione del Vostro inizia a farsi, da domani, veramente, dannatamente, fottutamente preoccupante, quindi … non fiori, ma opere di bene!

Se a qualcuno interessasse, privatamente posso indicargli il mio codice IBAN … ma si accettano anche offerte di lavoro!


ps1/3: oggi a Firenze sono previsti tra 4° min - 14° max, non piove e non sono state avvistate nuvole all’orizzonte

ps2/3: Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.

La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Diaz


ps3/3: I documenti ufficiali fanno risalire al 1932 la nascita del chinotto intesa come la bevanda arrivata sino a oggi. Merito della S. Pellegrino che decise di ricavare da un frutto sostanzialmente poco amato e con tanta fatica, un estratto per una bibita molto originale. Autarchica, italianissima, quindi ideale per il Fascismo che naturalmente non vedeva di buon occhio la Coca-Cola. La materia prima arrivava dalle regioni del Meridione (Calabria e Sicilia) ma soprattutto dal Savonese, la zona dove era giunto nel XVI secolo dalla Cina. Si tratta di un agrume che nasce su un alberello alto un metro e mezzo circa, il Cytrus Myrtifolia. Sui pochi rami sviluppa una quantità incredibile di frutti: sono di piccole dimensioni - non pesano non più di 50-60 grammi – hanno un colore verde brillante che vira all'arancio ma soprattutto sono immangiabili per il gusto amaro-acido.

Ma i vicini di casa francesi verso la fine dell'800 si resero conto che potevano essere buonissimi e persino digestivi a patto di candirli ed ecco il boom a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, sostanzialmente esaurito con la nascita della bevanda.
In effetti, la lavorazione è complicata e costosa: i frutti vanno immersi per tre settimane in una salamoia, poi spellati a mano della buccia amarissima, rimessi in salamoia e infine bolliti in sciroppi di zucchero a concentrazione crescente. La destinazione finale è un liquore – preferibilmente Maraschino – oppure la canditura.

Attualmente, il prodotto viene coltivato solo da Varazze a Finale Ligure dove operano i tredici coltivatori e i due bravissimi artigiani del dolce – Balzola di Alassio e Besio di Savona – che continuano a realizzare canditure di altissima qualità.
La Lurisia ha appena lanciato il suo Vero Chinotto di Savona IGP, consigliando – giustamente – di berlo freddissimo fuori pasto visto che non ha senso gustarlo accompagnandolo con il cibo.

Il vero godimento del chinotto? Il profumo così esclusivo al momento dell'effervescenza, da assaporare inclinando il bicchiere subito dopo averlo versato dentro.
(da L'Espresso food&wine)



mercoledì 28 ottobre 2009

47. Oggi parliamo di sesso (parte 4/12)



Il Già è soddisfatto e pienamente, oltremodo compiaciuto di sè, come - credo - non gli capitava da tempo.

Appena stranito guarda le pareti della stanza dove fanno bella mostra di sé fotocopie a colori sbiaditi di Rapallo e Forte de' marmi appese alle pareti, con l'aria di chi ha finalmente capito!




L'entusiasta tira fuori da un'anta dell'armadietto in truciolato, a mo' di reliquia, una grappa Julia conservata per le grandi occasioni e, visto che io declino l'offerta a tenergli compagnia, l'esaltato si concede anche la mia parte: "Pure astemio, non bastava che eri vegetariano? Il tuo problema non è la disoccupazione: è che non ti sai godere la vita!" sentenzia il paonazzo.

Non saprei, forse ha ragione, ma, in ogni caso e ad ogni buon conto, qualcosa mi dice che è meglio non contraddire l'oramai sazio in fase digestiva: credo che la mia non sia buona educazione, quanto 'innato istinto di sopravvivenza'. Avete mai provato a togliere la ciotola ad un mastino napoletano mentre sta finendo di mangiare? Io no, ... e non ci tengo!

Dal momento che, poi, io non lo seguo sulla tanto pericolosa quanto irta china alcolica che la serata sta prendendo, il Già dà fondo alla bottiglia e si giustifica con me - ma anche con se stesso - puntualizzando che è stato costretto a bere anche la mia parte.

Considerando lo stato etilico che pervade la stanza, evito per precauzione di accendere una sigaretta; ed è allora il mio glorioso dirimpettaio di tavolo (apparecchiato con una tovaglia medagliata da vistose chiazze di sugo che egli riconosce come sue gloriose medaglie al valore) che, dopo una sbuffata degna di Mangiafuoco, finito di lamentarsi che la bottiglia è già finita ("maledetti imbroglioni: è tutto fondo di vetro!"), vuole concludere e darmi prova di aver ben capito tutto.

"Ordunque - esordisce imperioso e maestoso allargando le braccia per sottolineare con enfasi la riflessione - abbiamo convenuto che la fase del corteggiamento richiede un minimo, minimo ma ragionevole, investimento in denaro ... senza, peraltro, la certezza, che la lei sia disponibile" (= “ci stia”, ma sì, avete capito: il magnifico vorrebbe dire “la dia”).

Fin qui, mi sembra, il ragionamento dell'etilico sembra reggere, ma il mio sesto senso inizia a dare segni di allarme

Me ne rendo conto, stiamo entrando in un terreno spinato, non rischioso, ma rischiosissimo, perigliioso assai che, di certo, attirerà le ire delle lettrici; non me ne vogliano: amo il rischio e, poi, non dimenticatelo, il nostro vuol essere ed è unh ragionamento rigorosamente scientifico e la scienza è scienza!

E, poi, il Già è fatto così, non ci sono mezze misure: o lo ami o lo odi!



"Insomma - eccolo lì che trae le sue 'logiche' conclusioni -, siamo sinceri, le escort (id est 'prostitute' ovvero, ma in modo più trivbiale, 'puttane': l'avrei scritto, ma temevo di offendere il pudore di qualche lettore /-ice), in questo senso, sono la soluzione più certa, scontata ma sicura: a fronte dello stesso investimento di cui sopra, fors'anche, perché no, inferiore, si è certi del risultato".

Non me ne vogliate, care lettrici, siate indulgenti: anch’io sono contrario alla prostituzione intesa come sfruttamento e, come se non bastasse, ho paura dell’herpes (sia simplex che complex), figuratevi delle altre malattie … ma l'impetuoso è ormai incontenibile: è sicuro, certo di aver afferrato il senso del ragionamento, lo ha fatto proprio, digerito, metabolizzato (complice, immagino, i cicchetti di grappa) ed ora ne trae le estreme concludenti conseguenze.

E, mentre il Già si abbandona a considerazioni invereconde sul rapporto costi/benefici che tale conclusione per lui assolutamente logica offre, mi sovviene che, anni fa, abitavo in via P. Cossa, .... e, mentre lascio andare l'oramai incontenibile che insegue le sue elucubrazioni che corrono come cavalli imbizzarriti, io vado indietro coi ricordi.


Ricordo, appunto, che quando abitavo in via P. Cossa conobbi Alina, una ragazza moldava veramente carina (avete colto la rima 'baciata?), dovete credermi sulla parola.

Parlava un italiano perfetto, praticamente senza alcuna cadenza: vorrei vedere il buon Calderoli imparare in un paio d'anni a parlare in moldavo o, se egli preferisce - lascio a lui la scelta delle armi -, cinese; extracomunitari 1 – Lega 0! palla al centro ...

Alina esercitava proprio sotto casa mia il più antico e, forse, glorioso, mestiere del mondo: nel corso dei secoli sono state definite accompanatrici, concubine, persino attrici e, poi, massaggiatrici, oppure 'solo un'amica'. Oggi siamo più indulgenti ed esterofili, le chiamiamo 'escort' (o meglio, più precisamente 'escort' se vanno a Villa Grazioli o villa Certosa, 'puttane' se la stessa va ad Anno zero), ma siamo sinceri, si parla sempre di prostitute.

Anche solo per dovere di buon vicinato, finimmo con lo scambiare due parole quando, mentre io rientravo a casa, lei iniziava a lavorare: considerate che la mia dirimpettaia era una vecchia isterica, acida come l'aceto, con l'alito pesante e veramente brutta. Insomma, dovendo scegliere, ...


Col passare del tempo Alina divenne molto materna nei miei confronti.

A quel tempo, per lavoro, ero spesso in trasferta e, quando rientravo dopo alcuni giorni di assenza, Alina non mancava di chiedermi come stessi e come andava il lavoro.


La sua presenza costante e vigile sotto casa mia aveva pure i suoi indubbi vantaggi.

Quando a volte rientravo tardi ed ero troppo stanco per parcheggiare l'auto in garage, beh, potevo tranquillamente lasciarla parcheggiata sotto casa, sicuro che Alina avrebbe fatto buona guardia.

L'unica accortezza che dovevo avere era non parcheggiare proprio di fronte alla sua 'piazzola di servizio' per consentire ai possibili clienti di accostare al marciapiede "E' un servizio sociale - mi spiegò - mi chiedono indicazioni stradali": un'anima generosa ed altruistica, mica come la mia dirimpettaia.

Ma, poi (e quivi mi rivolgo ai leghisti, ma non solo) la presenza di Alina e colleghe - aveva veramente molte amiche, generose come lei, che davano indicazioni ai poveri viandanti persi nella notte della tentacolare metropoli aveva anche un effetto deterrente sulla delinquenza che anima le nostre città nottetempo, rendendo del tutto inutili le tanto famigerate ronde: è, infatti, noto che, per evitare l'arrivo delle forze dell'ordine (che, peraltro e detto per inciso, in tal modo possono dormire sonni tranquilli ed essere pronte ed operative il giorno dopo sul luogo di lavoro), laddove vi siano prostitute, non vi sono furti, rapine e scippi, schiamazzi notturni: il controllo del territorio è assicurato ed il probo e solerte cittadino 'italiano' può dormire sonni d'oro. Ordine garantito ed assicurato, si badi bene, senza dover ricorrere a tristi ronde padane.

Ma vi parlavo dell'atteggiamento materno, diciamo – preferisco – da sorella maggiore di Alina.

Ricordo che le dissi che, nel caso avessi mai avuto l'occasione di condurre a casa una femmina (per motivi di lavoro, che vi credete?), sarebbe stato 'preferibile' rinviare i convenevoli.

Una sera, effettivamente, rientrai accompagnato da tale Antonella, tanto carina quanto vuota (curioso come le due cose nel genere femminile, spesso, vadano insieme) ed Alina si limitò a fulminarmi con un tetro sguardo, uno sguardo che – come si suol dire – non ha bisogno di parole.

La volta successiva non mancò di interrogarmi.

Ricordo che io avevo il passo incerto e gli occhi bassi e lei, giusta ma severa, mi domandò: “Chi era quella? È una ragazza seria? Mia raccomando, non fare sciocchezze: non concederti subito, fatti desiderare almeno all'inizio; alcune femmine potrebbero essere interessate solo al tuo corpo e, una volta avuto quello, gettarti via!".

Una delle ultime sere che ancora alloggiavo in via P. Cossa, incontrai Alina e colsi l'occasione per congedarmi. L'avevo fatto con vicini assolutamente odiosi, persino con la dirimpettaia, mi sembrava corretto – da buon vicino – salutare anche lei.

Alina parve un attimo dispiaciuta, mi sorrise e mi disse: “Ma noi non (ndr.: 'lo') abbiamo mai fatto!”.

“Beh, - le risposi preso in contropiede e, quindi, con evidente e palese imbarazzo – vedi Alina: oramai siamo praticamente amici e non potrei pagare per... 'fare' con un'amica!”.

Alina ristette un attimo, e, con un sorriso, mi disse: “Hai ragione … ci devo pensare!”.

Non chiedetemi come andò a finire, perché traslocai. E, poi, ve l'ho detto: ho talmente paura anche solo dell'herpes che preferisco restare col dubbio e rinunciare.


Insomma, mentre ancora mi sto domandando che fine abbia fatto Alina e col Già finito non so come in piedi su una sedia, avvolto in una coperta a pois, col braccio destro levato in alto e la bottiglia di Julia in mano a mo' di spada che canta 'Osteria numero 110' (perso dietro i miei ricordi mi sono perso le altre 109), ecco che rientra la Maria dalla sua serata in parrocchia con le altre comari del rione a rendere omaggio a quel nuovo prete "che c'ha un'aria tanto per bene".

La Maria, da buona cattolica, è estremamente compassionevole verso chi muore di fame dall'altra parte del mondo, meno con chi conosce personalmente. Senza contare che, mentre prima di sposare il grosso era nei miei confronti prodiga di sorrisi, dopo il matrimonio ha con me un atteggiamento meno, come dire, ... amichevole? ... cordiale?

La situazione volge al peggio e faccio appena in tempo ad uscire seguito dal prode in vergognosa ritirata mentre la Maria prende a strillare.

Approfittando dell'auto del Già mi faccio dare un passaggio dall'impavido, incuranti - sia io che lui - del pericolo della guida, la sua.

Tornato pienamente padrone della situazione ora che la Maria è lontana, lo splendido e carismatico mi propone, in memoria dei vecchi tempi, una 'romantica' corsa nel cuore della notte in attesa che apra qualche bar per fare la prima colazione a base di cappuccino e croissant non solo glassati, ma farciti di crema. Sento prendermi un leggero senso di nausea quando il Già mi domnanda cosa facciano tutte quelle ragazze, al freddo, lungo la strada.

Il Già è sicuramente un ingorgo, ma, in fondo, è anche un ingenuotto ed io cerco di spiegargli che quelle giovani signorine ... aspettano il pulman.

Almeno così spiego al Già anche se lui, evidentemente meno sverso di quanto potessi immaginare, mi fa notare che non ci sono fermate del pulman.


Il mattino dopo, verso le 6, vengo svegliato dall'insistente trillare del cellulare: è la Maria!

Riconosco immediatamente il suo pestifero gracchiare nelle orecchie: "Uè, balordo, mangiapane a tradimento, sfaticato, braccia rubate all'agricoltura, di te m'importa una cippa, ma dov'è che l'è finito quel disgraziato del Gianluca che ancora non l'è tornato? Farabutto lui, farabutto tu: va a finire così ogni volta che vieni a casa da noi ....".

Stordito dall'inaspettato risveglio, ricambio il suo 'Buongiorno' con un generoso sbadiglio ed immagino solo che lo smargiasso, il gaglioffo, sulla via del ritorno, premuroso come solo lui sa essere, si sia fatto carico di riaccompagnare a casa le povere pecorelle smarrite e, prima di riaddormentarmi, mi viene da pensare "No, testina di vitello: non hai capito niente del 'budget complessivo' ... ti meriti proprio la Maria!".


Di fronte alla mia reticenza, l'ingordo con la bazza unta e bisunta e la bocca oltrtùemodo colma (ricordo che non è buona creanza parlare con la bocca piena, per quanti non se lo ricordassero) mi rimbrotta ilare e faceto con un "Ah, già, ... c'avevo dimenticato che oltre a non gradire la carne di femmina ancora calda sotto le lenzuola, sei pure vegetariano, badola: non sai cosa ti perdi! ... Scusa, visto che non mangi, prima che si raffreddi, mi passeresti il tuo piatto?". E, lestamente, aggredisce le cibarie brandendo forchetta e coltello al grido di: "Crepa panza piuttosto che avanza!".

Io confido di sublimare questo delizioso banchetto col fac-simile (il fac-simile costa meno) di Viennetta che avevo portato (il buon ospite piemontese ha cura di non presentarsi MAI a mani vuote), ma essa è oramai completamente squagliata perché, com'era prevedibile, l'ingordo non l'aveva riposta in frigo.

"Poco, male - commenta il quasi cianotico - non c'avevo più posto e, poi, non vorrei ingrassare... però ... guarda cosa c'ho ...".
Iniziamo, così, a cenare: antipasto salame e prosciuttame vario; prima portata, pastone grondante ragù, seconda portata, brasato con contorno di tacchino ripieno di interiora d'agnello. Il tutto annaffiato con vino delle prestigiose cantine Clerico, recentemente sublimate, osannate e financo decantate (il vino decanta) dal Carlo Petrini ('Carlin' per gli amici, fondatore di Slou Fud, recentemente sospettato per le sue iperbolanti esaltazioni in talune recensioni di corruzioni, ma sono voci, solo voci).

Io, da vegetariano, sento il colesterolo intasarmi vene ed arterie (le arterie sono più strette: il danno è maggiore) al solo vedere la tavola sì riccamente imbandita e ripiego strategicamente su un paio di generose cucchiaiate di parmigiano che ingollo 'a freddo' senza colpo ferire ed ingolfandomi di pane e grissini che cerco far lievitare nello stomaco con un litro di acqua Perrier, la più gasata al mondo (è di sicuro effetto lo stordimento, il senso di 'pienezza' e gonfiore garantito da tale espediente consigliato in tutti i libri per vegetariani 'duri e puri', per quelli 'fedeli alla linea', superato solo dal polistirolo e Coca Cola).

Conclusione

Ma torniamo al punto di partenza circa la necessità di avere un budget iniziale, seppur minimo, per dare il via ad un'opera di 'avvicinamento' di una femmina-preda.


In considerazione del ragionamento testé svolto, non ho neppure bisogno di dare una sbirciata al mio conto corrente per essere certo che già questa semplice considerazione mi metta fuori gioco.

Ma, a questo punto, si tratta di valutare se non vi siano anche altre considerazioni che potrebbero spingermi ad una soluzione opposta.

Figli come siamo del rigore delle scienze moderne, la situazione va considerata nella sua complessità: non basta soltanto una semplice risposta negativa per escludere a priori l’eventualità che per l’uomo sia opportuno avere al proprio fianco una femmina (possibilmente della sua specie). Se l'uomo è per natura e definizione un animale sociale e se per socializzare preferisce - in genere - femmine della propria specie, una ragione vi dovrà pur essere.

La mia analisi, pertanto, seguirà un procedimento puramente e squisitamente scientifico, valutando, innanzitutto, se e quali vantaggi possano esservi e, qualora un rigoroso procedimento cartesiano arrivi ad una conclusione negativa, se e quali vantaggi vi siano in un celibato non imposto, ma scelto.


Procediamo, quindi, nella nostra indagine.

La femmina, lo abbiamo visto nella parte 1/10, è un essere complesso e, per noi uomini, tuttora praticamente sconosciuto, indecifrabile finché non troveremo qualcosa di simile alla Stele di Rosetta.

Ma, nella precedente nius, mi sono limitato a fare riferimento ad alcuni comportamenti della femmina della specie e ben qualcuno potrebbe obiettare che, se alla femmina si desse la parola sarebbe lei stessa ad aiutarci, dicendo quello che pensa: in fondo, si dice ... qualcuno dice ... meglio, ... qualcuno potrebbe dire, che anche la femmina della specie sa essere misericordiosa, caritatevole e giusta.

È, poi, luogo comune che la femmina sia più intelligente dell'uomo (anche se ho da sempre qualche sospetto su chi abbia messo in giro questa voce): forse per questo il maschio della specie non riesce a comprenderla?

Quindi ed allora, seguite passo passo il mio ragionamento, la domanda che ora dobbiamo porci è se la femmina, quando parla all'uomo, usi frasi che siano comprensibili, intelleggibili dal maschio della specie ovvero se i due non usino sì le stesse frasi di senso cmpituo, ma dando loro un significato differente.

Ed ancora, se dovessimo appurare, convenire che l'uomo e la donna danno alla stessa frase significati differenti e che la femmina è per definizione (?) più intelligente del maschio, perché la femmina della specie non cerca di farsi comprendere dall'uomo-tonto?

Ma non sono qui a pettinare le bambole e, l'ho detto, il nostro ragionamento deve fondarsi sul rigoroso metodo empirico, su esempi che siano riproducibili e che siano sotto gli occhi di tutti.

Purtroppo, per oggi, penso di averVi annoiati sin troppo e non voglio abusare della Vostra impazienza.

Concedetemi di rinviare queste considerazioni alle prossime puntate.


(segue, ...)

NON e` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.



mercoledì 21 ottobre 2009

46. L'infermiere di notte



Come avevo previsto, o, se preferite una frase meno egocentrica (ma più dozzinale, più a buon mercato), 'come volevasi dimostrare', la vera crisi sta arrivando ed io, per confermare le mie previsioni degne di un novello Nostradamus e/o, meno beneaugurate per me, Cassandra (per antonomasia, si attribuisce l'appellativo di "Cassandra" alle persone che pur annunciando eventi sfavorevoli giustamente previsti, non vengono credute, e viene detta "sindrome di Cassandra" la condizione di chi formula ipotesi pessimistiche ma è convinto di non poter fare nulla per evitare che si realizzino) conservo le imeil con le profezie; un giorno potrò sempre dire: “Che vi avevo detto?”.

Fatto sta che diventa sempre più difficile trovare qualcosa che assomigli ad un lavoro, anche solo semplici offerte: si inizia a raschiare il fondo!

Insomma, mala tempora currunt, ma, per fortuna, tramite qualche amico mi arriva qualche opportunità di lavoro.

In fondo, questo blog dovrebbe anche servire a questo: ricordare che sto ancora cercando lavoro, che cerco qualunque lavoro.


Torino, lunedì 14 settembre 2009

Questa volta mi si prospetta un lavoro come badante.

Come alcuni, invero pochi, di Voi sanno, non si tratterebbe per me di un’assoluta novità, per cui vado all’incontro abbastanza di buon umore, speranzoso e curioso di vedere di cosa in concreto si tratta.

Parto col dovuto anticipo. Da buon piemontese (mezzo a dire la verità, e neppure sono convinto si tratti della parte migliore) con molto, molto anticipo: il piemontese arriva sempre in anticipo agli appuntamenti. Se la persona con la quale si ha appuntamento non è puntuale, il piemontese ne è indispettito; dopo un quarto d’ora di ritardo il piemontese è offeso; dopo trenta minuti si preoccupa!

Per farla breve, visto che l’appuntamento è in via Revello per le 21 punto zero-zero e non sapendo quanto tempo mi ci vorrà col 33 o col 42 dalla fermata di via Bardonecchia a piazza Sabotino esco con una quarantina di minuti di anticipo, non si sa mai.

Come in occasione di tutti gli altri colloqui, cerco di prefigurarmi cosa dovrebbe succedere se la cosa dovesse andare in porto: su quali pulman potrei fare affidamento (per scrupolo guardo sulla palina gli orari), in quali bar potrei fare colazione (vabbè, prendere un caffè), se ci sono vetrine da guardare nelle pause pranzo, etc. etc.

In altre parole, per la serie: pippe mentali.

Caso vuole che il bus arrivi quasi subito e che io arrivi in zona piazza Sabotino con molto, ma mooooooooooolto anticipo. Giusto una mezz'ora.

La strategia lascia il posto alla tattica e decido di scendere un paio di fermate dopo quella cui dovrei in realtà scendere.

Nonostante la stagione (l'autunno è appena iniziato), la serata è abbastanza frescolina e minaccia di cadere una fastidiosissima pioggerellina, di quelle insistenti, umide e bagnate. Mi consolo pensando che non è ancora la stagione dei temporali burrascosi, dei temporali che annunciano la fine della bella stagione in modo roboante e ne approfitto per scendere alla fermata successiva. Risalgo con calma corso Peschiera, faccio due passi in via Di Nanni e me la prendo comoda.

I negozi sono oramai chiusi, ma sono di buon umore perché so che in questo quartiere di giorno la vita è abbastanza frenetica e che il mercato nell’isola pedonale non è malaccio, con voci e colori che si rincorrono. Senza contare che la zona mi è abbastanza famigliare.

Mi sento ottimista, molto ma molto ottimista: aver nulla da perdere rendere audaci!

Alle 21 meno 5 sono al citofono e, già che ci sono, lo suono.

Una vocina stridula come sanno esserlo certe voci al citofono mi sibila “Al secondo piano, scala sinistra”, senza neppure darmi il tempo di dire chi sono.

Indeciso se prenderlo come un gesto di maleducazione o di fiducia per via della mia voce calda, profonda, diaframmatica, spalanco il pesante portone e mi dirigo nella scala di sinistra, non fosse altro perché non c’è una scala destra.

Niente ascensore.

Salgo le scale che odorano di muffa e mi domando come potrei fare a scarrozzare il vecchietto per quelle strade ripide dai gradini poco profondi di lucida pietra lissia-lissia. Preferisco non pensarci, un po’ perché non è ancora detto che ottenga il lavoro, un po’ perché mi dico che se il vecchietto dovesse essere ... come dire ... non particolarmente simpatico (lo ammetto, è un eufemismo) basterebbe un attimo per … oooplà.

E già, ma, poi, dovesse essere pesante, una XXXL, come farei a tirarlo su? prostata debole e reumatismi iniziano a voler avere voce in capitolo.

Non faccio in tempo a finire coi miei propositi cristiani che arrivo al secondo piano. Una controllatina ai nomi sui campanelli e ... DLIN DLON!

Mi apre una signora tra i cinquanta ed i sessanta (decisamente più verso i sessanta), trafelata che, senza presentarsi, mi fa strada nello stretto corridoio ed accomodare nella stanza cucina sulla sinistra.

Visto che non lo fa lei, mi presento io.


Messa di fronte al mio fatto compiuto si presenta anche lei ("Ah, sì, piacere, ... sono miss P.") e, non sapendo cosa di meglio fare, mi fa accomodare.

Mi guarda un po’ perplessa lei e, per non essere da meno o, forse, per innata buona educazione, la guardo perplesso anch'io.

Passato che è quel minuto di silenzio (inesorabile come certi minuti che paiono essere quarti d'ora), sgranando gli occhioni col trucco che inizia a sgretolarsi, esordisce: “Certo che non mi sarei aspettato un uomo: ma perché un uomo cerca lavoro come badante?”.

Sarei tentato di risponderLe che, tanto per iniziare, non si dice ‘badante’, ma ‘collaboratore familiare’ ('colf' se si vuol andare per le spiccie), ovvero, più azzardati 'prendente cura' o, ancora 'guardante'; sarei tentato di dirle che ho bisogno di lavorare (ma la cosa mi sembrerebbe tra il semplicistico ed il riduttivo); sarei tentato di dirle che è quello che ho sempre sognato, il lavoro della mia vita (ma, e se si sentisse indignata da tanta … ruffianeria?); sarei tentato di dirle che sono un testimone di Geova (ma se non fosse una persona … spiritosa?); sarei tentato di parlarle della crisi economica (ma se mi dicesse che … non c’è una crisi economica?); sarei tentato di dirle che, pur essendo un altissimo dirigente, non sono soddisfatto del mio lavoro e che cerco di capire cosa voglio fare da grande (ma se non mi … credesse?); sarei tentato di dirle che ha dei begli occhi (ma se … mi scappasse da ridere?); insomma, resto serio, mi schiarisco la voce e le rispondo con una di quelle frasi che si sogliono dire 'interlocutorie' proprio perché permettono di prendere tempo e le rispondo che “MI hanno detto che mi avevano detto che LEI aveva bisogno di un aiuto, ma che non mi avevano dato altri dettagli”.

Una mossa per prendere tempo, un po’ come quando in una partita a scacchi ad una prima mossa 1. e4, l'avversario risponde con e5; quindi 2. Dh5?!, Cc6 (ma Kasparov batte Becker con 17. Te2, D:e2+; 18. Rc2, Af5# ... 0-1).

La signora che, per essere le 21 ha un trucco ancora vistoso e che non ha ancora subito le ingiurie della stanchezza che subentrano col dopocena (in altri termini 'un miracolo del restauro'), parte all’attacco e continua confidandomi (siamo già alle confidenze) che si vuole disfare della ‘stragnera’ (so che si dovrebbe scrivere ‘straniera’, ma la signora lo pronuncia proprio così!) che segue il padre 87enne perché, proprio non se lo sa spiegare come, ha avuto da ridire con lei.

Sono preso un attimo in contropiede da tanta schiettezza e, non sapendo le ragioni dell’una e dell’altra, cerco di restare, per quanto mi è possibile, sulle mie appollaiato come sono su una seggiola tanto dura che sento dolere il coccige (ndr. per approfondimenti sul 'dolore al coccige' si veda http://www.dolore.biz/coccige.htm) e, cercando di non prendere posizione, ribatto – sollecitato dal suo silenzio che cerca approvazione – “Certo, ceeerto: a volte la gente sa essere così ingrata ...!”.

La signora mi tramortisce con un imperioso “Esatto! vedo che lei ha capito! Questi stragneri (Ve l’avevo detto che lo pronuncia proprio così): uno dà loro del lavoro e loro, … come ti ripagano?”.

Miss P. resta un poco contrariata dal fatto che le rispondo solo con uno scrollare della testa; forse si sarebbe aspettata, a questo punto, che la seguissi nella sua indignazione verso il bieco ‘stragnero’, ma è più forte di me: A ME la ‘stragnera’ non MI ha fatto ‘gnente’ e, poi, se ho scosso la testolina è solo perché sento il bisogno di muovere il collo che mi si sta intorpidendo.

“Comunque le dico di cosa ho bisogno ...” prosegue.

O, ecco, bene: sono venuto qui per questo!

“Mio padre ha 87 anni, ma ha bisogno di essere seguito in tutto e per tutto: lavato, stirato vestito, cucito ed imboccato”.

Non che la cosa mi faccia fare salti di gioia, ma tant’è: in fondo ho bisogno di guadagnare, sono per la parità dei diritti e sarei quasi tentato di risponderle: “Guardi, la soddisfazione maggiore sarebbe essere io – maschio e ‘itagliano’ (mettete in dubbio il mio essere ‘maschio’, ma non il mio essere ‘itagliano': è scritto pure sulla carta d’identità!) – sarebbe togliere lavoro a quei maledetti ‘stragneri’ “. sarebbe la risposta che mi farebbe guadagnare 100 punti in un colpo solo, di quelli che fanno saltare il banco: il classico jackpot". Ma desisto: benché sia prossimo ad attaccarmi alla canna del gas (confido che , se quando quel momento arriverà, la società del gas mi abbia nel frattempo chiuso l’allacciamento), preferisco salvare la dignità: un giorno mi potrete ricordare come l’ultimo rimasto fedele alla linea!

“Ah, certo, bisognerebbe portare mio padre a fare una passeggiata almeno una volta al giorno”.

Beh, mi sembra più che giusto, certo ci fosse qualcosa di simile ad un ascensore la cosa sarebbe più agevole, mi viene da pensare. Ma, anche in questo caso, desisto, indossando la mia maschera di circostanza, quella per le grandi occasioni: quella dell'idiota che dà sempre ragione! E me la cavo con un "Certo, ceeerto ...".



“Inoltre – prosegue miss P. oramai perfetta ed assoluta padrona della scena – visto che a fine settimana la casa è un macello, perché IO lavoro tuuuuutto il giorno, bisognerebbe mettere in ordine, pulire, spolverare, fare il bucato, stirare, fare i letti, cucinare, …”.

La cosa inizia a complicarsi, ma … vile bisogno del denaro, mi viene da pensare che, se devo badare al simpatico brigante del vecchietto, pulire casa potrebbe essere un modo per far passare il tempo.

“Veniamo alla parte economica – miss P. è una che bada al sodo -: mettendola in regola, perché io sono per la legalità (credetemi, non mettevo minimamente in dubbio la cosa), le propongo un contratto ... (luuuuungo suo sospiro, in fondo deve ‘cacciarli’ fuori lei i soldi) di 600,00 euro al mese! ... purtroppo il comune non passa di più!".

Certo, avessi commentato sull’avarizia del Comune con un bel “Chiamparino, comunista bastardo!” mi sarei ingraziato miss P., ma il Chiampa mi è sempre sembrata una brava persona (non un fulmine a ciel sereno, ma un buono) e non dimentico che, quando lo ebbi vicino di viaggio in aereo sul Torino-Roma, nulla ebbe a ridire sul fatto che avessi proditoriamente preso possesso del bracciolo!

“Ah, dimenticavo ..." Miss P. è il classico tipo di persona che tralascia nulla.

E ti pareva che non dimenticasse qualcosa: “Mi dicca, mi dicca …” le soggiungo in modo ossequioso e conciliante.

“Mio padre ha bisogno di assistenza 24 ore su 24 dal lunedì al sabato: sa, l’altra notte e caduto mentre andava in bagno ed io dormivo: perché la sera, Io, sono stanca”.

La questione sembra complicarsi un attimo. Se non altro, iniziando ad inquadrare il carattere di miss P. e le sue esigenze, inizio a sospettare il perché la badante ‘stragnera’ possa aver avuto qualcosa da ridire.

Cerco di spiegarle che, assistendo il padre tutto il giorno ‘servizio completo’, 'all inclusive', probabilmente la notte anche il pur bravo badante la notte dorme profondamente. Senza contare che ho ancora una casa dove dormire, almeno al momento.

Prendo la situazione alla larga, forte del motto ‘Se non puoi risolvere direttamente un problema, prendilo alla larga' e mi sforzo di capire se sono previste delle libere uscite almeno per un paio di ore al giorno, ma sul punto miss P. è irremovibile: per 600 euro il minimo che lei si aspetti sono 24 al giorno per 6 giorni la settimana!

Certo, al fine settimana lei va via anche un paio di giorni, ma è tutt’altra questione: come per miracolo, quando miss P. si assenta il fine settimana, il venerando patriarca, per miracolo, diventa autosufficiente, autonomo, autopulente, automotivato, autocertificato (non chiedetemi il perché né il percome: se volete saperlo chiedetelo a miss P.).

Sono ancora appena appena confuso quando miss P. mi propone di farmi conoscere l'arzillo catafalco ed io, certo, non me la sento di dirle di no.

Andiamo nella stanza buia rischiarata solo dai lampi della tivvì che propone niente meno che l'elezione di Miss Italia, programma che l’arzillo guarda col solo occhio destro, sdraiato di traverso sul lettone.

Miss P. entra nella stanza accendendo tutte le luci e dopo aver cacciato un urlo ("Che fai? Dormi?"), si volge verso di me scusandosi con un sussurro (il vecchietto potrebbe pur sempre dormire) “Sa, … è un po’ sordo!”. Il papino non si fa mancare nulla!

Non riesco a capire se il vegliardo è più contrariato dal fatto che la simpa-simpatica figlioletta l’abbia interrotto mentre vedeva il programma cul-turale o deluso dal fatto che, invece di una simpatica e giovane badante femmina gli si pari innanzi un aitante maschione (che, poi, sarebbe il Vostro, cioè io!).

Certo è che mi accoglie con uno sbuffo misto ad una smorfia di delusa e deludente delusione.

Mi mostra in un angolo della stanza un girello che ha parcheggiato il nipotino e cerca di spiegarmi che il padre si rifiuta di usarlo per aiutarsi nella deambulazione.

Con uno sfarfallio delle pesanti sopracciglia finte coperte di un pesante rimmel color 'ala di corvo nella notte nera' cerca il mio consenso ed io non trovo di meglio da dire che "... eh, certi anziani non ne vogliono sapere di collaborare ...".

Finite le presentazioni, miss P. mi riaccompagna nella cucina. I canali della tivvì che troneggia in un angolo saltano allegramente e miss P. non sa darsene pace: non poter vedere 'Pomeriggio sul 5' presentato dalla procace Barbara D'Urso la turba profondamente.

"Ma come - mi viene da pensare - non aveva detto che lavora tutto il giorno fino a sera tarda?".

Già che ci sono, mentre cerco e trovo le parole per dirle che avrei bisogno di un paio di giorni per poterle confermare la disponibilità, ne approfitto per risintonizzarle i canali del digitale terrestre e cerco di farmi un’idea della planimetria dell’abitazione. Un modo come un altro per sfuggire la provocante scollatura di miss P. (non vi preoccupate, non sono il tipo da indulgere in tentazione).

“Perché sei interessato alla planimetria?”, mi direte Voi se avete avuto la compiacenza di avermi seguito sinora. Molto semplice: perché oltre alla cucina, l’ingresso, la stanza del vecchietto, il bagno in fondo al corridoio, immagino ci sia solo spazio solo per un’altra stanza: quella di miss P!

Ma allora, dove dovrebbe dormire il simpatico badante?

A questo punto so di chiederVi molto, ma dovrete credermi sulla parola: lo ammetto, ho bisogno di lavorare, ma miss P. non è proprio il mio tipo!


Torino, mercoledì 16 settembre 2009

Ci ho pensato, ripensato e pensato ancora e sono quasi arrivato alla conclusione che, forse ma forse, potrei accettare la proposta a patto di dormire sulla poltroncina per puffi della cucina.

Decido di telefonare a miss P., se non altro per vedere se non mi è possibile temporeggiare ancora un altro paio di giorni nella speranza che mi capiti qualche proposta di lavoro

Dopo un paio di squilli riconosco la squillante voce di miss P. che mi accoglie con un “Ah, è lei, … no, guardi, per mio padre ho già trovato una filippina; però, senta, … non si vedono i canali della RAI, … non è che … “.

Non le lascio il tempo per finire la frase che riattacco: eccheccavolo, anche la mia dignità … ha un prezzo!



E, poi, come ve lo devo dire: ... non è il mio tipo!


NON e` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.