mercoledì 10 giugno 2009

21. Segni particolari: vegetariano in attesa di giudizio






Premessa


Cari lettori,





come alcuni di voi sanno, da qualche anno sono vegetariano.
Non un vegetariano duro e puro, diciamo che preferisco, potendo, non mangiare carne, circostanza che, in tempi di crisi (anche s qualcuno dice che non c’è) ha i suoi vantaggi: pensate al costo del pesce e della carne, tanto per dirne una paio.
Lo sono per motivi egoistici, etici e persino – scusate se è poco – filosofici.
Egoistici, non riesco a mangiare qualcosa che è stato vivo. Avete mai sentito sciogliervi dentro guardando un vitellino? Ecco, io non sopporto l’idea che quel vitello venga ucciso e, poi, mangiarmelo.
Lo stesso discorso vale per i pesci: un pesce muore soffocato, un po’ come mangiare qualcuno che è annegato.

Ma, dicevo, soccorrono anche motivi etico filosofici.
Credo di credere – scusatemi il giuoco di parole – nella reincarnazione, e, come ebbe a dire qualcuno mentre tagliava una bistecca di maiale “Mi sembra di mangiare un amico” (trattasi di citazione che, me ne rendo conto, solo pochi di voi coglieranno).
Insomma, credendo o anche solo avendo il sospetto che la reincarnazione possa avere un senso c’è pur sempre il rischio di mangiare qualche nostro amico, qualche antenato, qualcuno del passato che abbiamo ammirato, amato e, persino, volerlo conoscere. Ora, tra il voler conoscere da vicino e il mangiarselo c’è una bella differenza.
Ecco, nel dubbio io mi astengo.

Ma, come premesso, non sonno un vegetariano assolutista, un giansenista del sedano e della carota.
Un rapido esempio.

Un paio di mesi fa ero a cena da un amico, con tanto di moglie e figliolanza di 8 e 10 anni.
La moglie aveva cucinato delle polpette dall’aspetto delizioso e dal profumo incantevole, preparate sulla base della ricetta segreta della suocera (suocera della moglie, la cuoca, madre di lui, del mio amico).
Ora, avrei potuto aggirare l’ostacolo della ricetta segreta che era mi era stata offerta lamentando vaghi bruciori di stomaco, ma solo un cinico poteva dire, alla presenza di due creature (i figli), che quelle polpette erano state ‘ricavate’ da esseri viventi con odorabili occhioni. In fondo alla fine della cena me ne sarei andato, ma mi sarei giocato futuri inviti al desco e – i single mi capiranno – è dura assai rinunciare ad un convivio, senza – come se fosse circostanza da poco – dover lavare pentole e piatti.





Ma, soprattutto, neppure la mia perfida mente osava immaginare i pianti ed i lai dei piccoli all’idea di mangiare un tenero vitello, gli anni dagli psicologi (e si sa i danni che gli strizzacervelli possono causare) ed il rancore che i genitori avrebbero provato nei miei confronti.
Chi segue le mie vicissitudini degli ultimi anni sa che, potendo, mi evito ulteriori impicci.

Qualcuno potrebbe dire che, tanto, i bambini di oggi pensano che i polli abbiano 6zampe6 (abituati cme sono a vederli solo nelle vaschette al supermercato) e credono che il pesce surgelato sia un’alternativa ai ghiaccioli.
Ma questo è un altro discorso.

Insomma, per farla breve, se ospite o se mi viene offerto, talvolta mangio anche carne.

Senza contare che per i miei gatti compro pesce e carne: in fondo mica hanno scelto di essere vegetariani e non sono sicuro che, pur potendolo scegliere, lo farebbero: qualcosa mi dice il contrario.


Fine della premessa

_____________° _____________


Svolgimento

Nelle pause pranzo, quando posso, mangio frutta. E’ un’usanza sana ed economica: avete idea dei prezzi dei panini al bar? Quello che una volta costava 2.000 lire, ora costa 2 euro, peccato che, convertendo le lire in euro si arrivi a – circa – 4.000 lire di vecchio conio.
Circostanza che, se siete disoccupati, assume un valore del tutto sinistro.
Per pelare la frutta ho arricchito il mio zainetto di un coltello: chi di noi non sa quanti antiparassitari si annidino nella innocente ed immacolata buccia di una comune mela? Per non dire delle mele e delle vellutate pesche.

Dunque, senza nemmeno pensarci, trullo trullo e, financo, spensierato, mi reco al Palagiustizia per un’azione di volantinaggio e di affissione di manifesti per un convegno organizzato da e con un mio amico.
Ma lo vedete il vostro simpatico eroe quante cose si prodiga a fare per sbarcare il lunario?

Penso alle cose mie, scendo dal trambus (il 9, per gli amanti della precisione, attraverso la strada rispettando diligentemente il semaforo, salgo le scale severe ed austere, passo,oltrepasso, varco l’ingresso (ma quante cose si possono fare in una volta sola) e – qui viene il bello, passo sotto il metal detector che si mette ad ululare.
Sfodero il mio sorriso splindente (concedetemi un omaggio a Carlo Dapporto), ammagliante, suadente e, qualcuno ha detto ‘seducente’? Massì, anche seducente ed aggiungerei compiacente ed indulgente e, rivolgendomi a alla guardia, sussurro: “La fibbia della cintura, non me la sono tolta, ma, saccommeeee…”.
La guardia dentro il gabbiotto mi chiama e, incurante del mio sorriso accattivante (avevo dimenticato ‘accattivante’, chiedo scusa, ma me lo ero riservato per questo paragrafo), mi sibila: “Lei ha un coltello!”.




Perbacco, non oso dargli torto, non fosse altro perché ha ragione.
Mi accomodo a lato e tiro fuori dal mio zainetto, manco fosse quello di Eta Beta, nell’ordine: un maglioncino leggero (non fa più così freddo, ma non si sa mai), block notes e un campionario di 64 matie giotto di tutte le sfumature (la guardia rabbrividisce di rabbia: non deve mai averle avute quando andava alle elementari, ma non è mica colpa mia), biro di ogni foggia e colore (anche quella mitica a 4colori4, da destra a sinistra: nero, blu, rosso e verde, verde per i prati), un pallone da spiaggia (sgonfiato), un materassino gonfiabile (mai dovessi andare al mare, non si sa mai: meglio non essere impreparati), 4volumi4 dell’enciclopedia Treccani (per le estenuanti attese alla fermata del bus o prima dei colloqui è sempre meglio essere pronti), un paio di scarpe di gran classe e una camicia perfettamente stirata (non si sa mai, dovessi essere chiamato per quell’offerta di lavoro cui ho risposto per direttore del Tg2: se l’hanno già designato, vi prego, non ditemelo), delle, mele, delle arance (solo un paio), dei melograni (che, per fortuna, non si erano ammaccati nella borsa), dei cachi quasi maturi, un caricabatteria per il cellulare (sono un tipo previdente) e, dulcis in fundo, il coltello.

Lo sguardo della guardia è di severo rimprovero, ma lo imputo alla gelosia per le matite targate Giotto.
Mi fa uscire dalle transenne e mi porta ad un’altra guardiola. E’ curioso come tutte le guardie, tutti i poliziotti, tutti i carabinieri abbiano una loro guardiola: sarà un caso o vorrà dire qualcosa? E, poi, sono loro chiusi dentro o siamo noi chiusi fuori?

Il poliziotto al quale mi consegna, pardon, mi affida mi guarda come per dire, alla Mourinho (oggi va tanto di moda): “Ma sei proprio un pirla!”.
Ora, non vi saprei dire se è un tacito rimprovero giustificato dal fatto che ora gli tocca lasciare il sudoku o se nasconda una malcelata ragione.
Mi viene, infatti, in mente che un annetto fa avevo suscitato un mezzo vespaio quando venni fermato per un nettapipe. Non avevano la minima idea di cosa fosse,m a, pur di non ammetterlo, mi fecero passare con un rimprovero verbale. Effettivamente c’è chi ancora sostiene che uno degli aerei dirottati l’11/9 fu sequestrati da terroristi armati sino ai denti di nettapipe.

Insomma, la guardia/poliziotto compila uno, due, tre fogli; per compilare un paio di spazi chiede dalla cabina per telefono l’aiuto di un paio di colleghi in un altro gabbiotto (il famoso ‘aiuto in cabina’), si allontana per fotocopiare la mia carta d’identità e fare un controllo nel mio immacolato casellario giudiziario (una delle poche cose vergini rimaste in circolazione) e, quasi dispiaciuto, torna.
Mi fa firmare ed io firmo.
Sembra quasi dispiaciuto (forse che non avessi dei precedenti, eventualità della quale si sarebbe potuto vantare coi colleghi alla macchinetta del caffè, ma neppure quella soddisfazione gli concedo, very deep bastard inside che sono), tanto che cerco di confortarlo, dicendogli: “Ma no, fate bene, lei fa solo il suo dovere: pensi se tutti entrassero armati!”.
Ecco, forse non erano le parole più indicate per la circostanza, eppure lui sembra confortato ed io mi sento soddisfatto: un po’ pirla, ma soddisfatto.

Mi punge, tuttavia, un dubbio (avete mai notato che i dubbi sono pungenti? Le certezze, al più, possono essere ‘certe’ – da cui ‘certezza’ -, i dubbi sono ‘pungenti’) per cui oso e chiedo: “Non è che rischio di ‘sverginare’ il mio immacolato casellario giudiziario e ciò possa essere di nocumento per eventuali posti di lavoro? Sa – dico quasi per giustificarmi ed appellandomi ad una tardiva captatio benevolentiae – sono disoccupato da quasi due anni (me ne vanto con malcelato orgoglio, quasi fosse un titolo di vanto) e non vorrei che ciò mi creasse un qualche impiccio”.
Va beh, va beh, non ho usato esattamente codesti termini, ma il senso era questo.
Il benevolo agente si allontana, per tornare poco dopo e, nel tentativo di rassicurarmi, mi dice “guardi, al 90% andrà in prescrizione, al più una multa da 200 a 500 euro!”.
“Una multa da 200 a 500 euro?” , “Una multa da 200 a 500 euro?”.

Ragazzi, amici, lettori, una condanna a 6 mesi un anno l’avrei potuta accettare un’ammenda a “soli” 200-500 euro sarebbe in grado di buttarmi veramente sul lastrico.
Non mi resterà, nel caso si avverasse il 10% (del 90% di cui sopra), che appellarmi alla clemenza della corte e chiedere l’arresto, invocando la bancarotta fraudolenta. Forse.

In fondo la reclusione mi garantirebbe vitto ed alloggio aggratis, la possibilità di fare nuove conoscenze, di imparare un mestiere (dalla meccanica al furto d’auto, dalla falegnameria all’estorsione, dalla cucina al furto con destrezza: e parliamo di corsi gratis!, scusate se poco).
E' vero, è vero, mi dicono che non bisogna essere gentili nelle docce e raccogliere eventuali saponette che qualcuno potrebbe lasciar cadere a bella posta, ma una volta che uno sta accorto.

Concludendo, sono indeciso se scrivere nel civvì europeo alla voce, note particolari (finora lasciata vuota): vegetariano in attesa di giudizio.
PS: FORZA; NANDO MERICONI!

NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.

mercoledì 6 maggio 2009

20. Ma se è il mondo che MI viene incontro ... A ME!






Ieri pomeriggio ricevo una telefonata: "Buongiorno, è lei che ha mandato un curriculum alla &%$£§*?".
Non si riesce assolutamente a capire il nome della società. Come già altre volte non ricordo assolutamente, ma so che devo rispondere "Sì!, certo".
"Ecco, leggendo il su curriculum sono rimasto un po' ...". 'Perplesso?",
glielo devo dire io che è 'perplesso', perché a lui proprio non viene l'aggettivo.
"Beh, sì, l'annuncio è per telemarketing e mi sembra che il suo profilo sia sprecato, non capisco perché..."
Capisco che bisogna tirargli fuori le parole, ma sono un buon e gli voglio venire incontro: "Perché? Beh, perché ho bisogno di lavorare!". A volte anche le banalità non sono così banali.
Sta per iniziare a spiegarmi cosa sta cercando ma lo blocco e gli propongo un colloquio.
Andata.

Oggi sono in centro, al solito centro internet per sprucugliare alla ricerca di offerte di lavoro; già che ci sono cerco su www.gtt.it le indicazioni per arrivare via bus in via Cuorgné 5.
Il sito è efficiente, ma la rotta da seguire si rivela impervia: prendere il 18 in via Accademia Albertina, 5 fermate e scendere alla fermata Dora Savona, cambio e, col 50, per 11 fermate arrivare alla fermata 1277, Vercelli. Tempo stimato 38 minuti.
Bene, alle 16.30 sono alla fermata di via A. Albertina, m'imbarco sul 18 fendendo la folla per crearmi uno spazio vitale, diligentemente conto 1-2-3-4-5, scendo, aspetto il 50 e conto pazientemente, diligentemente fino a 11.
Man mano che le fermate si susseguono mi accorgo di inoltrarmi in una parte della città a me sconosciuta e mi sembra di fare una gita.
Arrivo alla fermata Vercelli, giustappunto all'angolo con corso Vercelli e, manco fossi di fronte alla Basilica di Santa Maria Novella, contemplo una chiesa che all'ingresso recita, in caratteri cubitali "Madonna del cammino proteggi il nostro viaggio". L'augurio mi sembra più che appropriato, dal momento che dall'altra parte dell'incrocio si può imboccare l'ingresso per l'autostrada che porta alle valli di Lanzo.
Cerco come un giovane esploratore via Cuorgné, ma non ne trovo traccia.
Come sanno i giovani esploratori, in questi casi la soluzione migliore è entrare in un bar e chiedere informazioni.
Per fortuna lì vicino c'è giustappunto ed io entro.

Tanto per fare il grandioso, il magnifico, ordino un caffé e ne approfitto per leggere su Metro la striscia 'Get fuzzy'. In effetti oggi ero preoccupato, perché, non essendo uscito presto di casa, ero arrivato alla fermata della metropolitana tardi e le copie erano finite. Metro è un giornaletto di informazione rapida; di fatto sbrodola un po' sulle notizie ricavate dal sito dell'Ansa, cercando di correggere qualche errore di ortografia, quando proprio vuole strafare sbaglia qualche congiuntivo.
La vecchietta dietro il banco è un modello arcigno andante.
Un anziano le si avvicina, lamentando che una macchinetta mangiasoldi gli ha rubato un euro (altrimenti perché si chiamerebbe 'mangiasoldi'), ma lei non si scompone e lo liquida quasi come se lui parlasse una lingua a lei sconosciuta "Non capisco, non intendo". Lui, rassegnato, torna alla macchinetta e, già che c'é, si fa fregare un altro euro. Lei ne sembra compiaciuta.
Pago il mio caffé un euro, ''azz, come in centro!'..
L'indicazione della vecchietta per via Cuorgné è facile, la capisco anch'io: "Prenda la prima strada a destra: la prima parallela".
Sento che ce la posso fare.

Peccato che la prima parallela non sia via Cuorgné, e nemmeno la seconda.
Per non perdermi in una zona che viene indicata solo nelle più dettagliate carte militari con l'indicazione 'hic sunt leones', mi affaccio in una pasticceria dove lavorano marito, moglie e figlia. Chiedo indicazioni, ovviamente alla moglie: quando ci sono marito e moglie, chiedere indicazioni a lui sarebbe come un atto di lesa maestà, oltre che del tutto inutile.
Come volevasi dimostrare sarei dovuto andare nella direzione esattamente opposta, cosa che faccio.
Ripasso davanti al bar della vecchietta e sono tentato di darle fuoco. Ma desisto: dannata buona educazione.
Giro intorno ad un monumento dedicato agli alpini con tanto di aquila rampante, anche se non sono del tutto sicuro che un'aquila 'rampi', ma è un dubbio che mi porterò dietro.
Risalgo corso Vercelli e, arrivato all'altezza del bar Luna Rossa (preziosa indicazione della pasticcera) capisco che è il momento di attraversare la strada.


Ora, non dovete pensare che attraversare corso Vercelli sia cosa facile. Per nulla.

Intanto, dove dovrei attraversare io non ci sono semafori, ma soprattutto, nonostante la presenza di strisce pedonali con tanto di cartello che avvisa il possibile attraversamento di poveri pedoni, le auto non sembrano darsene cura, tantomeno gli automobilisti.
Potrei appellarmi al codice della strada, ma non mi sembra il momento e, poi, non vorrei arrivare tardi.
Quando sono sicuro, ma proprio sicuro che non ci siano auto, mi faccio coraggio ed attraverso.
Sopra l'insegna del bar Luna rossa campeggia l'indicazione 'Via Cuorgné' ed io sono sicuro di essere arrivato in via Cuorgné: nella vita bisogna pur fidarsi.

Via Cuorgné è breve, ma che dico breve, brevissima. Ma, almeno, sono arrivato a destinazione.
Tanto per dare un'idea, via Cuorgné ha 5 numeri civici, a voler essere precisi c'é anche un 5/A.
L'edificio più alto raggiunge i due piani, ma spezza in modo inopportuno la sky-line. In fondo una rete metallica lascia intravedere alcuni orticelli lavorati autarchicamente da pensionati.
Io devo presentarmi al numero 5 e ci sono. Capisco subiti che si deve trattare di un vero è proprio cuore pulsante dell'economia; i campanelli indicano la presenza, nell'ordine, di Rari nantes - sport, Limet, sicurezza e segnaletica stradale, Biancardi Contracting che, un po' ambiziosamente, precisa 'consulenza e promozione per l'industria'.
Trillo e titrillo alla voce Edison BP, mi qualifico come da richiesta e, dopo un paio di minuti mi si presenta il Fabio G. che mi stringe cordialmente la mano: ne deduco che gli sono simpa-simpatico e che il colloquio sarà in discesa.
Bene.

Mi accompagna al primo piano e mi fa accomodare in una stanza.


Mi guardo intorno e, come un novello Sherlock Holmes (preciso 'Sherlock' perché i più sprovveduti tra i giovani lettori potrebbero confonderlo con John Holmes, anche se non escludo che i due siano lontani parenti) deduco che l'ufficio sia in via di ristrutturazione: pareti appena ritinteggiate, prese volanti, battiscopa da sostituire, lampadina penzolante dal soffitto coi fili rabberciati e coperti da una biacca di polvere, una lavagna che deve aver fatto la sua bella figura nel serial ispirato al mai troppo compianto 'Cuore', probabilmente utile per le riunioni strategiche dei massimi dirigenti.

Il Fabio G. di oggi non smentisce il Fabio G. della telefonata di ieri: occorre armarsi di santa pazienza e finire le frasi che lascia sospese a mezz'aria in compagnia delle mosche che nelle giornate più calde sicuramente ronzeranno intorno alla lampadina che tenacemente si aggrappa al soffitto. Mi sembra quasi di giuocare a quel giuoco di società dove goffamente qualcuno cerca di mimare il titolo di films e libri.
Fabio G. cerca di tutto: addetti al telemerketing, agenti, coordinatori agenti, responsabili commerciali, responsabili dei responsabili commerciali.
Ho anche la vaga, ma, lo voglio sottolineare, assolutamente vaga impressione che non abbia le idee del tutto chiare su quello che sta cercando.
Su una cosa ha le idee chiare: il mercato dell'energia è sterminato, tant'é che lui ha uno stuolo di agenti (se 5 o 6 si possono definire 'stuolo') che operano... in tutta Italia.
Opperbacco!

Fatto sta che, dopo aver snocciolato una serie di figure professionali, mi domanda: "Lei a cosa sarebbe interessato?".
La domanda potrebbe essere imbarazzante, ma non mi lascio sorprendere. Sono, è vero, un attimo stupito: come avrete capito ho fatto parecchi colloqui di lavoro, ma è la prima volta che chiedono a me di scegliere cosa vorrei fare.



Ho capito che l'unica figura con un fisso dovrebbe essere quella del telemarketing, dove verrebbero garantiti 500 euro mensili (full time), ma con impressionati provvigioni per gli appuntamenti fissati a favore degli agenti: fino a 1.000-1.200 euro, quello che già l'unico (!) ragazzo che starebbe facendo telemarketing si porterebbe a casa.
L'unico problema potrebbe (uso il condizionale) essere che, come il Fabio G. stesso ha ammesso, non sono ancora state collegate le linee telefoniche.
Quindi, per non essere del tutto sfacciato, rispondo: "Certamente le figure più interessanti mi sembrano essere quelle di agente e, comunque, nell'area commerciale, ma, non essendo del settore, credo che sarebbe corretto iniziare con modestia dal basso, per avere l'occasione di imparare".

Ma il Fabione è un generoso e mi stupisce: mi chiede quale tipo di contratto vorrei. Non sapendo lì per lì cosa rispondere, rigiro la frittata e chiedo, molto sommessamente, cosa lui solitamente proponga.
Biascica qualcosa sul lavoro a progetto, contratto che lui non apprezza, ma rilancia con l'ipotesti della ritenuta d'acconto, della partita I.V.A. o, perché no, di qualcosa di amichevole (ndr. 'in nero').
La risposta deve aver sortito un qualche effetto, perché, nel congedarmi, mi lascia intendere che vorrebbe fissare un nuovo appuntamento, forse anche per iniziare, la prossima settimana.

Quando arrivo alla fermata del 50 trovo seduto un anziano signore con tanto di bastone e sandali modello S. Francesco che sbuffa e si lamenta con invettive contro la sinistra (Una volta era d'uso 'Piove governo ladro, ma i tempi cambiano).
Altri 10 minuti e sono sulla via del ritorno. Mi godo il viaggio.
La ragazza di fronte a me urla al cellulare. Così, un po' perché le sue urla mi impedirebbero di sprofondare nella lettura, un po' perché se sbagliassi fermata non ho la minima idea di dove potrei andare a finire, mi godo la conversazione: "Ah, finisce che ci lasci il cuore, ... il tempo è un gran dottore, però i ricordi non li cancelli completamente, ... ti dico la sincera verità: un po' lo stomaco, non ho voglia di niente: vorrei trovare un buchino ed essere dimenticata, ..."

Certo che qui è tutta un'altra Torino.
Sarà perché sul bus sono probabilmente l'unico italiano, sarà perché le insegne sui negozi che vedo snocciolarsi sono Kebap, con la variante Kebab, per arrivare all'inusuale Kabab. Seguono, nell'ordine, il pronto moda Hog Fu (la 'u' non tragga in inganno, non è moda sarda); i soliti ristoranti cinesi, i meno soliti parrucchieri cinesi, una farmacia con insegna sottotitolata in arabo, e, già che ci siamo, un parrucchiere, una macelleria ed una gastronomia araba.
Sono almeno dieci anni che passo le vacanze a Torino. Si ha un bel da dire che le estati in città non sono più quelle di una volta, che sono animate, che non ci si annoia: anche solo per provare la differenza, non mi sarebbe spiaciuto andare al mare.

Ma, in fondo, forse Torino è veramente cambiata: perché dovrei andare il giro per il mondo quando è il mondo che mi viene incontro ... A ME!
Prima di attraversare la Dora scorgo un vespasiano, jun cimelio in via d'estinzione e mi domando se sia decoroso che un nobile imperatore romano d'altri tempi venga ricordato e celebrato con un pur sì nobile monumento. ma io ne memorizzo la posizione, non si sa mai in futuro ne debba avere bisogno.
Appena attraversato il ponte qualche squarcio della vecchia Torino: il bar Ravera (cognome sicuramente piemontese) e, un paio di fermate dopo, la prestigiosa ditta Gianduja.

Sono solo le 19.30 ed il colloquio mi ha lasciato appena appena un'ombra di dubbio che non riesco a dissipare. D'altra parte, come qualcuno disse "A pensare male ci si rode il fegato, ma il più delle volte ci s'azzecca".
Ne approfitto per tornare all'internet point dal quale ero partito qualche ora prima e mi collego con Google.
Digito Fabio G. e, dopo aver ruminato qualche manciata di dati, apro il primo link, manco a dirlo di fessbuk. potrebbe essere lui, come potrebbe non essere lui. Certo che, dalla foto, ci assomiglia al Fabione che ho incontrato e preferisco sorvolare sui link preferito, è fan di, ...
Apro una altro risultato della ricerca: un Fabio G. condannato con tanto di sentenza passata in giudicato per aver simulato dei contratti di lavoro a progetto, che tanto di progetto erano. La sentenza è lunga e articolata, come è giusto che una sentenza sia ed il buon Fabione non ne esce per nulla bene, tutt'altro.

Ah, però. Ed io che quasi mi stavo per convincere di aver fatto tutti i colloqui possibili. E' proprio vero: ogni giorno qualcosa di nuovo!


NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.

martedì 5 maggio 2009

19. a.a.a.: cercasi pusher per novembre




La linea 9 taglia Torino in due, l'attraversa tutta, da una parte a quell'altra. Ma io mi accontento del tratto che solca corso Svizzera, affronta corso Potenza, taglia corso Grosseto e, faticosamente, arranca in via Lanzo. Sembra poca cosa, ma provate a farla a piedi.
Questa mattina il mio diario di viaggio mi porta in via Paolo Veronese 202.

Finora ho dragato tutte le offerte di lavoro, ma un bravo disoccupato deve farsi venire idee sempre nuove. Ho cercato ispirazione nella targhe appiccicate vicino ai portoni, nei discorsi nei caffé, nei fogli scarabocchiati nelle bacheche di Informagiovani e dell'Ispettorato provinciale del Lavoro. Ma perché trascurare le cooperative?
Io sono per la raccolta differenziata, ma qualcuno la deve pur raccogliere. Nell'ingresso del mio palazzo, sotto la buca delle lettere vicino all'ascensore troneggia uno scatolone giallo con la scritta cubitale Cartesio.
Il progetto Cartesio, vengo a sapere, fa capo ad una delle cooperative gestite dal gruppo Abele.
Cerco su internet dei riferimenti e scopro che il mondo del gruppo Abele non è un semplice mondo, ma una vera e propria galassia di concorsi, cooperative, consorzi di cooperative e cooperative di consorzi. Peccato non ci sia alcun riferimento tipo 'Lavora con noi', né alcun nominativo di un qualche responsabile cui si possa fare riferimento.
Poco male, mi metto all'opera e scopro che le domande devono essere presentate in via Paolo Veronese, giustappunto al 202. Ecco perché sono qui, ammettete che vi stavate domandando perché il mio peregrinare mi avesse portato in questa landa desolata ai limiti della città.

Via P. Veronese inizia, anzi, finisce all'angolo con via Lanzo: lo deduco dal fatto che il primo numero civico nel quale mi imbatto è il 340 e rotti. Ad occio e croce, per arrivare al 202 ho di fronte a me almeno un paio di chilometri. Ma ho molto tempo di fronte a me, nessuno mi corre dietro e, soprattutto, la giornata - per quanto sia solo mattina - promette di essere di quelle calde.
Attraverso la strada e raggiungo la prima fermata utile. Con un certo disappunto scopro che a fare servizio è la linea 62, forse, anzi, senza forse, una delle linee più infami: neppure passa quando vuole, passa quando capita, quando se ne ricorda, quando non ha di meglio da fare. A dire il vero, sono o non sono una persona sincera, in breve tempo ne passano addirittura tre, peccato siano nella direzione opposta. Sarei persino pensato di mettermi a leggere, ma con la malasorte che mi perseguita rischierei di perdere l'unico bus in arrivo.
Infatti, una quindicina di minuti dopo, per essere sicuro di non passare inosservato, quando ne vedo arrivare uno mi butto in mezzo alla strada e mi metto a sbracciare a più non posso.
Occhei, andata: sono a bordo.
Il pulman fa un prima fermata ed io tengo d'occhio la numerazione.
Con un misto di stupore misto a sgomento, appena ripartito mi accorgo, per fortuna mi accorgo che la strada, impercettibilmente, si divide ed il 62 imbocca via Reiss Romoli.
Inizio a scampanellare e scendo. Mi riporto su via Veronese e, pazientemente, mi incammino.

La zona è di quelle industriali che più industriali non si potrebbe. Inutile sperare di chiedere una qualunque indicazione, Perché qui non passa nessuno.
Mentre cammino, già che ci sono, mi metto a pensare tra me e me - anche perché sono da solo e così mi tengo compagnia - che questa parte suburbana della metropoli al tramonto potrebbe avere il suo fascino. Forse.

Mi fido del mio innato senso dell'orientamento e proseguo con passo veloce e cuor leggero.
Tra strade sterrate, buche nell'asfalto trasformate - date le dimensioni - in piscine, finalmente arrivo al 202.
Lunga cancellata, campanelli: Abele, gruppo Abele, Abele Lavoro, Cooperativa Lavoro, Cartesio.
Sono in imbarazzo: e se sbagliassi e mi facessero ripartire dal punto di partenza? o sempre odiato il giuoco dell'oca e neppure il monopoli mi è mai stato molto simpa-simpatico.

Per fortuna, dal citofono mi giunge una voce inquisitoria che m'inquisisce (per questo è deta 'voce inquisitoria'): "Cosa cerca?".
La prendo alla larga: "Devo presentare un curriculum". Senza altre domande mi fanno entrare, dal che deduco che non sia una cosa inusuale presentare curriculum o che, comunque, ho indovinato la parola d'ordine.
Arrivato all'altezza della guardiola vengo garbatamente fermato e mi viene consegnato un numero, l'804, e vengo invitato ad aspettare nella zona bar. Verrò chiamato.
Il posto è gradevole, una sorta di piccola oasi con tanto di giardino con panchine e tavoli che fanno tanto pic-nic con braciolata.
Entro e mi accomodo nell'ampio loft trasformato in sala d'attesa, che è così chiamata perché ivi si attende.

Dopo una decina di minuti il piccolo gregge di persone che si erano qua e là sparpagliate nell'ampio locale vengono richiamate e veniamo introdotti in una piccola stanzina dove un ragazzotto dall'aria simpatica ci illustra il da farsi.
Deve essere abituato perché se la sbriga egregiamente in un paio di minuti e senza bisogno di prender fiato.
Insomma, si deve compilate un foglio di fronte/retro, i più previdenti armati di civvì lo possono allegare (il che semplifica di molto), si firma un foglio a parte per la praivasi, ma particolare attenzione deve essere prestata alla parte del modulo dove si dovrebbe indicare se si è tossico-dipendenti, ex tossico, affetti da malattie mentali: il tutto doverosamente e diligentemente certificato.
Questa circostanza, che in una serata rotariana sarebbe deprecabile e causa di immediata espulsione con ignominia, oggi è un punto a favore, un enorme punto a favore.
Alla notizia un ragazzo in fondo al tavolo inizia a gongolarsi, il sorriso si allarga da orecchio ad orecchio, ... mentre io mi deprimo.

Lo avessi saputo prima o anche solo immaginato, mi sarei organizzato: avrei trovato un pusher, di quelli belli spessi con una fedina penale chilometrica e lo avrei inserito tra le referenze come una medaglia al valore sul petto il 25 aprile, come un cappello d'alpino macchiato di polenta taragna ad un raduno d'alpini.
Poco male, la domanda è a termine, può anzi deve essere ripresentata dopo 6 mesi.
Vorrei solo capire se il cocainomane è privilegiato rispetto a chi fuma spini e svantaggiato rispetto all'eroinomane: basta saperlo prima, poi uno si organizza.

All'uscita non mi sento né ottimista, né pessimista: è una di quelle cose che andava fatta, come la varicella o il morbillo. E, poi, non si sa mai, è come chiedere ad una bella ragazza di uscire: se non lo chiedi, non saprai mai cosa avrebbe risposto. Tanto vale provarci!
Prima di uscire chiedo alla ragazza seduta sul trespolo nel gabbiotto delle informazioni che direzione devo prendere per raggiungere un pulman, un qualsiasi pulman che mi porti in una zona civilizzata. Le indicazioni sono vaghe: dice di andare a destra, ma con la mano indica la sinistra, poi di girare a destra, ma no, di tornare indietro perché forse si sbaglia, di prendere la prima strada, ma potrebbe anche essere la seconda. Ho le idee abbastanza confuse, su molte cose; la ringrazio ed esco.

All'uscita mi accendo una sigaretta, cosa che fa anche un ragazzo ad un paio di metri. Per fortuna tra tabagisti si crea subito un'incredibile solidarietà, molto più profonda di quella che offre la massoneria o un locale di scambisti.
Ha sentito le vaghe indicazioni che mi aveva offerto e si offre di accompagnarmi in corso Giulio. Lo ammetto: sono diffidente. Non è che il soggetto mi ispiri particolare fiducia, ma non ho la minima idea per andare dove devo andare, da che parte devo andare.
Quindi, accetto.

Al primo tentativo l'auto non parte, a dire il vero neppure al secondo.
Inizio a sospettare che mi abbia offerto un passaggio per aiutarlo a spingere la vettura, ma, per fortuna, al terzo tentativo si sente il rombo del motore truccato, truccatissimo, molto più della Marini. E' bastato abbassare i finestrini, non troppo, mi spiega che è per una strana combinazione di contatti elettrici "Eh, ... da quando l'ho fatta riparare..."): non chiedetemi perché sia ripartita, cosa volete che ne sappia: d'altra parte di donne e motori io ho mai capito nulla!



Nei cinque minuti che ci separano dalla fermata mi snocciala tutta la sua vita, o, comunque gli ultimi cinque anni. In breve, era carpentiere specializzato, guadagnava 2mila2 euro al mese (è lì ho capito, se mai ne avessi ancora avuto bisogno, di aver sbagliato se non tutto almeno molto nella mia vita), finora è andato avanti col sussidio di 900 euro; moglie e un figlio. Visto che il sussidio sta per scadere, la moglie l'ha convinto a cercare un lavoro. Non chiedetemi come la moglie l'abbia convinto, ma mi sembra che l'idea di cercarsi un lavoro non sia poi così peregrina.
Lui non ha molta voglia di lavorare, ma almeno la moglie lo lascia stare in pace.

Fermata del 4 ed in una ventina di minuti sono in via Garibaldi. Ho ancora abbastanza tempo per cercare nuove offerte su internette e per trovarmi un pusher da mettere nelle prossime referenze: novembre non è poi così lontano!

NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.



(The pusher, da Easy Rider)

martedì 28 aprile 2009

18. Maledetto Toscano






Ci sono state volte, e ci sono tuttora, in questi due anni di affannosa ricerca che mi lascio prendere da una qualche vaga nostalgia, un modo come un altro per tenermi compagnia.

Vedete, io ebbi l'avventura di scoprire la Toscana quando già ero avanti con gli anni (in età avanzata si possono fare nuove esperienze; per esempio a 32 anni ho scoperto il fumo, quello di sigarette, che avete capito; ma non distraiamoci, questa è un'altra storia), ottimista come sono e cercando di vedere qualcosa di positivo anche nelle situazioni negative (Dio solo sa quanto questa mia attitudine mi sia stata d'aiuto in questi mesi), debbo di ciò rendere grazie alla Giappichelli con la quale ebbi la sorte ('sorte' intesa proprio nell'accezione latina di 'avventura', 'caso fortuito') di lavorare per 3 luuuuuuuuuuuuuuuuuunghi anni.
A quei tempi ebbi in sorte di seguire come editoriale la Toscana.




All'inizio, per me, la Toscana fu una vera e propria scoperta, poi, divenne il mio rifugio.
Lavorare in Giappichelli aveva qualche lato positivo (che ancora dovrò scoprire, ma, l'ho detto, sono ottimista) e qualche chilata di lati negativi.
Insomma, e per farla breve, per sfuggire alle varie paranoie che vivere e lavorare in quell'ambiente inevitabilmente provocava, presi il vezzo di andare in trasferta - per l'appunto in Toscana - il lunedì (abbandonando l'assolutamente ed irrimediabilmente inutile riunione editoriale del suddetto lunedì), per fare ritorno il venerdì, possibilmente nel tardo pomeriggio.
Vedete, alcune malelingue arrivarono ad affermare che tali riunioni venissero indette per speculare su alcune agevolazioni fiscali di origine statale accordate alla formazione interna; ma io non arrivo ad azzardare tanto: più semplicemente creo che i capi indicano riunioni quando hanno nulla da fare, per convincere se stessi ed i propri collaboratori che sanno cosa fare, animati, quindi, da un puro e lodevole intendo pedagogico/educativo.
Che sia resa loro lode.

Permettetemi, al riguardo, di fare una citazione colta, appellandomi al buon Curzio, tanto perché non si pensi che abbia buttato al vento gli anni dedicati al liceo e per non dar credito, nel contento, a quanti riferendosi a me metaforicamente possano pensare 'braccia rubate all'agricoltura.




Nel suo libello meno noto 'Maledetti toscani', il Curzio esordiva con:
"E maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani.
Se è cosa difficile essere italiano, difficilissima cosa è l'esser toscano: molto più che abruzzese, lombardo, romano, piemontese, napoletano, o francese, tedesco, spagnolo, inglese.
E non già perché noi toscani siamo migliori o peggiori degli altri, italiani o stranieri, ma perché, grazie a Dio, siamo diversi da ogni altra nazione: per qualcosa che è in noi, nella nostra profonda natura, qualcosa di diverso da quel che gli altri hanno detto.
O forse perché, quando si tratta d'esser migliori o peggiori degli altri, ci basta di non essere come gli altri, ben sapendo quanto sia cosa facile, e senza gloria, esser migliore o peggiore di un altro".


(ndr: come vedete in queste pagine di Diario non si trascura la cultura!)

Perché vi dico tutto questo? abbiate fede e capirete.

Dunque, martedì 28 aprile, di buon mattino, tanto per impegnare il tempo me ne ero andato trullo trullo dal medico, quello della mutua, per farmi decifrare gli esami del sangue.
Ora, non si deve pensare che il bravo disoccupato debba trascurare òla propria salute, anzi.
Qualche anno fa, quando ancora lavoravo (mi sembra passata un'enormità di tempo), qualcuna mi diceva: "Non ti ammalare: non puoi perdere giornate di lavoro".
In questi tempi io ho adattato tale monito in : "Non mi posso ammalare: devo cercare lavoro!".
Non vi sfugga la sottile differenza.
Mi permetto di attirare la vostra attenzione sulla circostanza che il bravo disoccupato ha alcuni vantaggi: molto (forse troppo) tempo libero, possibilità di trovare nei mercati, mini-mercati e super-mercati la merce a miglior prezzo (quello che si dice fare di necessità virtù), ma anche medicine e visite mediche gratis.

Perché, dunque, non approfittarne? In fondo per anni ho pagato le tasse anch'io, senza profittare di quello che, neppure troppo in fondo, era un mio diritto.
Quindi, ripetendomi e concludendo: restare in buona salute, impegnare il tempo in modo utile, avvalersi ed esercitare un proprio diritto.

Occhei? Andiamo avanti.
Ed, allora, eccomi lì, nella stanzetta, davanti al tavolino del buon medico della mutua.
E' lì da poco, quindi, come il Sordi nell'omonimo film, svolge il suo dovere con l'opportuna diligenza, un po' come faceva all'inizio la mia precedente medico della mutua. Negli ultimi anni le visite erano sempre più rapide e si concludevano con l'inevitabile offerta di una sigaretta.
Insomma gli esami vanno bene, fin troppo: io vorrei mi raccomandasse qualche esame supplementare, ma niente da fare.
Visto che è ancora nella fase coscienziosa andante, la visita si protrae ed è proprio allora che mi trilla, anzi mi ri-trilla il cellulare: vi avevo o non vi avevo detto che, quando si cerca lavoro, vale la pena portarselo dietro?

"Ah buongiorno, è il signor Griffero?" mi cantilena una vocina squillante, cinguettante.
Vorrei correggerla, dirle che sono il DOTT. Griffero, ma di questi tempi che vale un titolo?
Anzi, a dirla tutta, se mai dovessi avere un figlio (ma foss'anche una figlia) credo proprio che gli affibbierei come nome 'dottore' o, volendo esagerare 'ingegnere', con qualche variante tipo 'architetto', p.i.' (che si prestare sia come 'private investigator' - chi di noi non ricorda il Magnum p.i.?, o, più prosaicamente, 'perito industriale'); poi, libero di fare l'idraulico, il battilastra, l'elettricista, il meccanico, ..., sicuramente non si troverebbe disoccupato ed io un titolo glielo avrei assicurato.
"Ah, buongiorno - mi dice la cinguettante (ma ho imparato a non lasciar galoppare la fantasia spronato da una voce melodiosa: ricordo l'anziana segretaria di dove lavoravo o le ragazze intraviste nei colloqui per call center: fidatevi della mia parola: lasciate perdere) - sono Anna del gruppo Toscano, l'immobiliare".
L'immobiliare è il gruppo Toscano, non lei, ovviamente.
"Ah, ricorda di averci mandato un curriculum?"
Devo essere sincero, non ricordavo perfettamente di averlo inviato, ma Anna sa il mio nome, ha il mio numero di cellulare (altrimenti non mi avrebbe potuto chiamare): vado sulla fiducia (mai dare torto ad una donna) e le rispondo "Sì!, certo", chiedendo nel contempo indulgenza al medico.



"Ah, ecco - continua l'Anna - c'é una cosa che vorrei capire: lei è del '66, ha, quindi, più di 40 anni".
Per quanto mi spiaccia ammetterlo e non ne sia del tutto sicuro, pare che la matematica non sia un'opinione e, pertanto, ne convengo "Beh, sì, vado per i 43, ... ma a fine anno".
"Ah
(a questo punto avrete capito che all'Anna piace iniziare ogni e qualsiasi frase di senso più o meno compiuto con un 'Ah...'), che peccato: il suo curriculum era di sicuro interesse (lo so, lo so che è una frase prestampata), ma purtroppo abbiamo ricevuto indicazioni dalla direzione di selezionare sono i candidati al di sotto dei 40 anni, ..."

Ora, l'istinto mi avrebbe detto di buttarla sulla incostituzionalità di una discriminazione (sono o non sono state anche le donne ammesse al voto? possono o non possono anche le donne guidare? non dico che sia giusto, ma possono farlo!), mentre la prudenza mi suggerisce di affrontare l'affronto con diplomazia.
"Senta, Ah Anna, perché non mi richiama? Mi richiede quanti anni ho, io le rispondo che sono del '76, che, quindi, ho 33 anni e la cosa si risolve: che ne dice?".
"Ah, signor Griffero (e ridaje col 'signor': sono 'dottore'), mi dispiace, ma non è possibile, anche perché poi, quando le dovessimo chiedere dei documenti, la verità salterebbe fuori. Però - continua - la voce sembrerebbe in effetti più giovane".
Cerco, allora, di giocarmela prima con la galanteria "Anche lei, Ah Anna, ha una voce molto piacevole", per, poi, arrivare al limite della corruzione "se mi richiama e fa passare la mia candidatura le offro un caffé".
Ah Anna ride e ri-dacchia, si scusa e si ri-scusa "Ah, le prometto che se arriveranno diverse indicazioni dalla direzione riprenderemo certamente in considerazione la sua candidatura".

Cerco di vedere anche in questa situazione il lato positivo: beh, non le devo offrire un caffé, quindi ho risparmiato.


Quindi, dopo questa profonda riflessione che mi appaga e persino mi soddisfa, incorcio gli occhi del medico della mutua e sbotto in un: "Maledetto Toscano!".
E lui, di rimando "Vedo che ha letto Malaparte!"

"Lasciamo perdere, doc, alla prossima!"

NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.

lunedì 27 aprile 2009

17. Dannato postino, il prossimo Natale niente panettone!



Ma vi ricordate fino a qualche anno fa che gioia era, tornando a casa, l’appuntamento con la cassetta delle lettere? Once upon a time, una volta c’erano incredibili sorprese: lettere, biglietti di auguri, persino cartoline.
Poi, quasi d’un tratto, tutto è cambiato. Prima è arrivato internet con le e-mail, ma il colpo di grazia è arrivato con gli essemmesse dei cellulari. Con gli essemmesse tutto è diventato più rapido, più veloce, ma che ne è stato delle lettere, quelle scritte a mano? Scomparse!
Io non amo gli essemmesse, me ne servo, ma non li amo. Detesto quella mania adolescenziale di contrarre tutte le parole, di storpiarle in improbabili codici fiscali. Detesto, anzi, odio, letteralmente odio il t9, non fosse altro perché non esista la metà delle parole che vorrei scrivere, ma ancora di più perché nel suo vocabolario non esiste il congiuntivo. Ed io difendo il congiuntivo, credo fortemente vada tutelato come i panda: se i panda una volta erano una specie a rischio, ora, forse non più, certo non è in via d’estinzione come il congiuntivo.

A dire il vero non amo neppure il cellulare. Va bene per le telefonate d’emergenza, per avvisare che si è in ritardo ad un appuntamento, ma dopo 3 minuti al cellulare mi domando perché non ci si possa vedere e parlare di persona.
Oddio, è vero, mi capita di uscire di casa e tornare indietro perché mi sono accorto una volta arrivato alla fermata del bus di esserne senza. Ma ci sono delle volte, cui non saprei rinunciare, in cui, se me ne accorgo una volta in pulman o in metro, che tiro quasi un respiro di sollievo e mi godo una giornata senza cellulare. E sono giornate impagabili.
In fondo c’è niente di peggio che avere con sé il cellulare e passare giornate intere senza una telefonata che sia una. Se qualcuno sbaglia numero, ho sempre la tentazione di tenerlo in linea, così, per sentirmi meno solo, tanto per fare amicizia.
Almeno, se è a casa, ci si può illudere che qualcuno ci cerchi, ma se è lì con te, hai un bel vedere se la suoneria è bassa, se c’è o non c’è campo: se non ti chiamano, non ti chiamano.
Vabbé, lo ammetto, in questi mesi mi sforzo di non dimenticarlo perché spero sempre che arrivi una tanto attesa telefonata per un possibile colloquio di lavoro.
Eppoi che dire se la donna della mia vita mi dovesse cercare superando la sua diga di timidezza. E’ vero, al momento non c’è nessuna donna della mia vita, ma ammettiamo che arrivi, che riesca ad avere il mio numero di cellulare, che mi chiami: non sarebbe scortese dire che l’avevo dimenticato a casa? In fondo sono un gentiluomo, che lo crediate o no.

Insomma, pian piano le buche delle lettere si sono svuotate, per diventare il regno incontrastato della pubblicità e … delle bollette.
Io ho iniziato ad amare la pubblicità in buca, quando la trovo tiro un sollievo di sospiro, pardon, un sospiro di sollievo. Sento di averla fatta franca, che anche questa volta mi è andata bene. Me la guardo, vedo se, caso mai, c’è qualcosa d’interessante, qualche sconto e la butto, rispettosamente, nella scatola gialla di Cartesio: sono per la raccolta differenziata, anche se sono praticamente, sinceramente convinto che noi dividiamo, ma nella discarica tutta la spazzatura arrivi non separata. Poco male, è già una bella cosa, di questi tempi, sentirsi con la coscienza pulita.



Quando arrivo a casa la scena si ripete sempre uguale.
arrivo la portone, mi frugo in tasca e/o nello zaino alla ricerca delle chiavi, apro il portone, salgo le scale e, con malcelata noncuranza, solo con un'occhiata sfuggente, di tre quarti, allungo lo sguardo nella direzione della cassetta. quando la scorgo vuota entro nell'ascensore con un sospiro di sollievo. Ci sono delle volte in cui mi dimentico di guardare chiamatelo subconscio, chiamatelo come volete, ma non me ne sento in colpa: in fondo, se c'é qualcosa, poco male, la ritroverò; se, poi, qualcuno la volesse rubare, che ci potrei fare?
Il postino che serve la mia zona è da sempre lo stesso. Negli anni si deve essere fatto i soldi, perché ha persino cambiato bicicletta. E' piccolino, un accenno di pinguedine, sempre sorridente. Da quando lo conosco ha sempre una cinquantina d'anni.


Qualche mese fa l'ho bloccato per strada: "Senta - gli ho detto - me lo vuole fare un grande favore, un enorme regalo? Non mi metta più corrispondenza nella buca. Le prometto che a fine anno le regalerò comunque un panettone, il prossimo anno non più uno riciclato dal Natale precedente: uno nuovo, con data di scadenza a venire. Mi dirà lei se lo vuole glassato, con o senza uvetta, con o senza canditi. Un pandoro: preferisce un pandore? Solo, per favore, non più corrispondenza!".
Avevo anche pensato di togliere la targhetta col cognome, di bloccare la fessura col nastro adesivo.
Ma una cosa è il dire, l'altra è il fare. Chi di noi, dopo tutto, non preferisce rinviare a domani quello che dovrebbe e potrebbe fare oggi?

Per farla breve, lunedì 27 si ripete, la solita scena: arrivo a casa, apro il portoncino, salgo le scale e....ahi, ahi, ahi, dalla buca delle lettere mi occhieggia ammiccante una busta bianca. La cosa che mi preoccupa è che anche in altre cassette giacciano altre buste, ugualmente bianche, tutte sghignazzanti, infide, sinistre.
Fossero colorate sarebbero reclame, fossero cellophanate sarebbero bollettini postali di qualche opera missionaria, fosse un ciclostile battuto a macchina sarebbe la solita lettera della parrocchia, fosse, fosse: il fatto è che non è.
Anzi: è bianca!
Senza guardare il mittente, la tiro molto ma molto malvolentieri fuori dalla cassetta delle lettere.
Penso che potrei ancora essere in tempo per bruciarla e negare, anche contro ogni evidenza, di averla ricevuta, ma la donna delle pulizie è lì sulle scale. E mi saluta persino.
Sono in ascensore e mi sembra possa non essere una buona idea bruciarla mentre sono in ascensore. Non mi chiedete perché.
Arrivo all'ottavo piano, entro in casa.

Occhei, un lungo respiro, e apro la busta.
La carta intestata non lascia dubbio: l'amministratore del condominio.
Insomma, questo benedetto amministratore (non mi vengono in mente altri aggettivi) non trova niente di meglio che fare il conteggio degli arretrati delle rate di riscaldamento e mandarle agli inquilini: col bel tempo che fa in questi giorni!
Non guardo i ratei scaduti, mi concentro sulla cifra in grassetto, d'altra parte è la somma che fa il totale!
Per fortuna che mi sono seduto per leggerla.

Lo ammetto, la matematica non è mai stata il mio forte, potrei persino arrivare a dire che tutto il mio civvì scolastico è stato costruito per evitare, scansare, dribblare il numero, inteso proprio come un concetto ontologicamente a se stante. Anche quando nei negozi mi danno il resto, io vado sulla fiducia. ancora adesso io ragiono in lire, non ho mai avuto il tempo di adeguare il chip da lire in euro, quindi immaginatevi la doppia fatica di calcolare il resto e convertirlo in lire. Io, che ancora non capisco come funziona una macchinetta per il caffé, come posso sperare di capire qualcosa di misterioso, alchemico, mistico, iniziatico come la matematica?
Ma vero è che per fare la differenza tra il saldo delle rate per il riscaldamento e quello che ho in banca e, voglio esagerare, quello che ho nel portafoglio, beh, resta veramente ma veramente poco.
Lo so, lo so, avete un'idea del vostro eroe come associato ad aggettivi quale indistruttibile, ottimista, che getta il cuore oltre l'ostacolo (lo so che non è un aggettivo, ma rende l'idea); le lettrici potrebbero aggiungere simpatico e carino, ma chi sono io per dare loro torto?
Eppure, per un pur breve momento sono preso da un attimo di sconforto: sapevo che trovare lavoro, un qualunque lavoro sarebbe stato difficile, ma non credevo così difficile.
Il buon Froid (per i germanofili sarebbe più corretto scrivere Freud, ma io diffido profondamente del tedesco, una lingua per me ostica; lo credo che i tedeschi sono incazzati col mondo: immaginatevi voi se, appena nati, qualcuno vi parlasse come se leggesse dei codici fiscali, lo credo che si finirebbe per odiare tutto e tutti; come disse W.A.: "dopo 5 minuti che ascolto Wagner, ho l'impulso irrefrenabile ad occupare la Polonia", e come dargli torto?) direbbe che è stato il mio subconscio a rimuovere l'idea di pagare tutte le rate di riscaldamento: ma le prime due le ho pagate, poi me ne sono dimenticato (che ci crediate o no, o, almeno, speravo che l'amministratore si dimenticasse di me. Ma, probabilmente, non ha troppi condomini cui badare, o è un sadico: ecco, un sadico che parla in tedesco con pochi condomini cui stare dietro.


Insomma, la sensazione è quella di nuotare sotto la linea di galleggiamento in una piscina di letame (chiamiamola 'letame'): fino a che si riesce a trattenere il respiro non è male, o, comunque, ci si abitua.
Il fatto è che non so ancora per quanto riuscirò a trattenere il respiro.

"Che ti avevo detto? dannato postino! Il prossimo Natale niente panettone!"

NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.


giovedì 23 aprile 2009

16. A quick one (una sveltina)







Continua la mia full immersion nel mondo dei call center.
E' buffo (quasi buffo): diplomato quasi col massimo dei voti, laureato persino col massimo dei voti, un più che decoroso civvì, un sorriso smagliante, da due anni cerco lavoro consultando tutti i giorni (con la sola esclusione della domenica, ma anche il buon Dio si dovette concedere un giorno di riposo), rispondo praticamente ad ogni tipo di offerta di lavoro, ma sembra che gli unici colloqui che riesco a spuntare sono adesso per i call center.

Meglio non pensarci e vado al mio appuntamento: via Valperga Caluso 18, società Ellison.
Questa volta, a scanso di equivoci, mi sono portato dietro il prezioso Tuttocittà, non si sa mai.
Con la metro scendo a Porta Nuova e, avendo un buon margine di tempo, decido di continuare a piedi.
Nel ventre dei portici di via Nizza contemplo ammirato i lavori per la metropolitana e sono tentato di fare come quegli anziani che si mettono vicini vicini agli operai per cercare di capire quello che fanno e, se del caso anche senza richiesta, dare consigli.
Corso Marconi, via Campana, via Morgari, via V. Caluso. Ecco: ci sono.

Risalgo via Caluso, individuo il n.18, una palazzina fatiscente, al limite dell'anomino, una decina di campanelli senza nome. Per fortuna c'é un'etichetta di traverso che recita Allison.
Sono talmente in anticipo che decido di concedermi il lusso di un caffé. Dico lusso perché di questi tempi autarchici anche un caffé per chi è da tanto tempo disoccupato un caffé diventa un lusso.
Soprattutto in zone che non conosco. Intorno a casa o in centro ho oramai una perimetria perfetta dei bar, delle condizioni delle toilettes e del costo dei caffé: ce ne sono da 90 cent, la maggior parte a 85 cent, qualcuno ad 80 cent, un paio azzardano, osano, l'euro, cifra tonda. Un bar di corso Vittorio si svende a 70 cent, a patto che la consumazione avvenga al banco ed in piedi.
Il caffé da Maicol a 50 cent è un lontano ricordo.
Da perfetto italiano medio al bar butto un'occhiata alla Gazzetta dello Sport che snocciala le solite inquietanti notizie sulla Giuventus.
Confesso che lo faccio più per riflesso condizionato che come tifoso: da quando arrivò la triade tutti sapevamo come sarebbe finita ed io decisi di non appassionarmi più alla Vecchia.
Ma sono quasi le 9.30 e ritorno sui miei passi e trillo il campanello.

Una voce stridula ed intermittente (il citofono è quantomeno approssimato, provvisorio) mi domanda cosa voglio.
Tanto pe restare sul generico e non disilluderla (o illuderla) le dico che sono lì per il colloquio.

Non faccio neppure a tempo a chiedere a che piano devo andare perché la comunicazione s'interrompe. Sarei tentato di risuonare, ma desisto; oramai quasi tutte le offerte richiedono la capacità di 'problem solving' e questa ben potrebbe essere una prova, la prima prova per l'ignaro candidato: si viene scartati se neppure si riesce a risolvere un problema tanto banale come capire a che piano a che porta si deve andare.
Me ne faccio una ragione (tanto ho visto quasi tutte le puntate del tenente Colombo), tiro un sospiro, mi faccio coraggio, mi armo di pazienza, insomma, salgo.

L'ingresso del palazzo non tradisce le attese: è fatiscente almeno quanto il campanello.

In effetti la cosa è abbastanza semplice o, comunque, più semplice del previsto. Rinuncio a prendere l'ascensore date le pessime condizioni dello stesso e salgo al primo piano.
La fortuna mi assiste (che voglia dire qualcosa) e si apre una porta. Sul campanello riesco persino a leggere il nome della società e, radioso come il sole, mi presento.

Cristina, la ragazza che mi apre, è una extra-extra large e, prima che abbia tempo di dire qualunque altra cosa (non che ne avessi), prende a scusarsi perché Elisabetta, con la quale dovrò sostenere il colloquio è in ritardo.
Poco male: uno dei vantaggi impagabili della disoccupazione è di avere molto, ma davvero molto tempo a disposizione.
Se l'ufficio-appartamento della MCM di via A. da Brescia aveva del provvisorio, qui mi aspetto di vedere uscire da qualche porta il proprietario dell'appartamento in ciabatte e vestaglia. Qui non solo gli infissi delle porte, ma tutto gioca sulle sfumature grigio topo.
Vengo fatto accomodare in una stanza sulla sinistra. Alle pareti un poster pubblicitario di Vodafone, sul tavolo è abbandonato qualcosa simile ad un piccì, non nuovo, questo no, ma neppure abbastanza vecchio da giocarsela come antiquariato.


Ad una sedia è seduta (per questo si chiama sedia) una ragazza che abbozza ad un saluto e la Cristina torna a scusarsi per il ritardo di Elisabetta.
Sono tentato di dirle che sono solo le 9.20, quindi, tecnicamente, l'Elisabetta non è ancora in ritardo, ma ho anche imparato che un bravo candidato non deve sollevare questioni inutili.
Capisco che la ragazza arrivata prima di me non deve essere molto loquace, quanto meno non a parole, visto che invia e riceve essemmesse ora sorridendo compiaciuta ora con espressione interrogativa.
Non ci sono riviste, alle pareti o fuori dalle finestre poco per non dire nulla, anzi, diciamo pure nulla con cui distrarsi per ingannare l'attesa. Per fortuna mi viene incontro un cane, una bastardone , un misto di qualcosa con qualcos'altro, ma dal muso simpatico che, scodinzolando, prende ad annusarmi. Spero solo che non mi scambi per un albero e, dal moneto che la ragazza continua a chattare, decido di grattugiare il cane.

Solo allora, Eleonora (la ragazza con tanto di cellulare) parla e, con tono appena appena freddo e con quel tanto di rancore che non si preoccupa di nascondere, dice: "prima che lei arrivasse faceva le feste a me!".
Il fatto che mi dia del 'Lei' un piccolopoco mi irrita, ma, già che ci sono mi viene da pensare "Ecchisenefrega?", ma sono un gentiluomo e abbozzo un sorriso.

Eleonora riprende a chattare.

Alle 9.30 si sente un'auto che arriva nel cortile interno, il cane va sul balcone a ballatoio e prende a guaire, abbaiare, ululare.
Dopo un paio di minuti fa il suo ingresso trionfale l'Elisabetta, che si distingue dalla Cristina perché è una extra large, ma il parrucchiere, lo deduco dalla improbabile tinta dei capelli che si va scrostando lungo il bulbo, deve essere lo stesso dell'Elisabetta.
Anche lei si scusa per il ritardo ed io mi accuccio per non aprire inutili ed oziose discussioni se due minuti si possano considerare un ritardo.

"Bene - esordisce l'Elisabetta - visto che siete qui tutti è due, faremo un colloquio di gruppo".
Mi sembra un'ottima idea, non originale, ma ottima questo sì!
L'Elisabetta non ha molto tempo da perdere: "Avete la partita I.V.A.? perché il titolare non vuole avere problemi ed il colloquio prosegue solo se avete la partita I.V.A.".


Non so se l'Elisabetta avesse altro da fare, ma l'Eleonora ed io le rispondiamo affermativamente e, quindi, il colloquio può, deve andare avanti.
L'Elisabetta sembra quasi contrariata, ma, fatto buon viso a cattivo giuoco, cerca una posizione comoda sulla sedia e prosegue.
"Dunque, avevamo come cliente Vodafone ('avevamo', quindi non l'hanno più) ma adesso stiamo cercando qualcuno per un altro cliente: conoscete Vitalift?".
Se lo conosco? Certo che lo conosco: basta girare, fare zapping, zappare sulle televisioni private e guardare el telepromozioni. Quando non si è ancora del tutto avvinti dalla noia, immancabile arriva Ettore Andenna. A quel punto uno si aspetta che presenti Giochi senza frontiere (c'é qualche altro motivo per ricordarsi di Ettore Ardenna? un mito dei nostri tempi) anche perché è a bordo di una vasca da bagno (magari qualche squadra ha deciso di giuocare il fil rouge) ed invece lui ti sorprende e presenta Vitalift.

Cos'é Vitalift? Cos'é Vityalift? Vitalift è il sollevatore da bagno, una comoda panchetta che si mette nella vasca da bagno (ecco perché c'é la vasca da bagno), aiuta ad alzarsi e sedersi, un nastro trasportatore che accompagna delicatamente sul fondo della vasca, con tanto di telecomando per facilitare la salita e la discesa, con tanto di consulenti per studiare la soluzione migliore, con tanto di agevolazioni per anziani e disabili. 'Vitalift: ti solleva la vita!'. Uno slogan tanto stupido, quanto efficace!

Mi limito ad un più generico e meno impegnativo: "Sì, lo conosco!".
Eleonora annuisce, ma è abbastanza chiaro che non ha la benché minima idea di cosa sia questo prodigio della scienza.
Continua l'Elisabetta: "Si tratta di gestire le telefonate in entrata per richieste di informazioni; il compenso è, per un full time di 6 ore al giorno, 6 giorni alla settimana, di 600 euro. Il periodo di formazione è di un paio d'ore il primo giorno. Domande?".

Incredibile: in e-care il periodo di formazione era di una decina di giorni, alla MCM si passava a 2 giorni. Qui sono sufficienti due ore!
E' evidente che cercano dei geni ed io non sono più tanto sicuro che mi possano prendere.

L'Eleonora la butta sul tecnico: se il lavoro si svolge lì, perché lei ha già lavorato lì vicino (mi sfugge il nesso tra le due cose), se si può lavorare anche solo 4 ora al giorno, perché lei ha lavorato lì vicino (il nesso prende a giuocare a nascondino), se si possono prendere permessi, perché lei ha lavorato lì vicino (machissene…), ... perché lei ha lavorato lì vicino (occhei, occhei, ho capito il concetto).
Io vado più sull'essenziale (noi maschi siamo per le cose essenziali): "Scusi, ma i 600 euro sono lordi o netti?".
L'Elisabetta, quasi come se la cosa fosse scontata, dà la risposta giusta: "Netti!".
Risposta esatta, perfetto, tanto mi basta.

Il colloquio è durato meno di un quarto d'ora: non meno di dieci minuti, ma certamente meno di 15. Lo affermo con una sicurezza per me quasi insolita perché ho controllato l'orologio.

Quando usciamo, lungo le scale, l'Eleonora è perplessa: è abbastanza facile capire quando una ragazza è perplessa, non me ne vogliano le gentili lettrici.
Cerco di parlare del più e del meno: "Beh, pensavo peggio: è vero che l'orario di lavoro è lungo per 600 euri (sissì, 'euri': 600 è plurale di 1), ma dovendo gestire solo telefonate in entrata per un prodotto così, così, beh, così il vero rischio che vedo è vincere la noia".
Non credo fosse l'osservazione che l'Eleonora si sarebbe aspettata, ma, ragazzi, parliamo di 600 euri, ... netti!

Insomma, meno di 15 minuti per un colloquio: una sveltina!

Ho, comunque, la sensazione che la mia Odissea nei call center non sia finita.

NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.

mercoledì 15 aprile 2009

15. Stupido io, stupido lui? Liberi tutti!


Uscendo dal colloquio con e-care non ho alcuna certezza che mi possano prendere.

Per fortuna mentre mi sto avviando alla fermata del pulman, vengo raggiunto da una telefonata.
"Buongiorno"
"Buongiorno" rispondo, cortese come sono che ogni tanto me ne stupisco.
"Abbiamo ricevuto il suo c.v., è ancora alla ricerca di un lavoro?".
Mi sembra sgarbato dire di sì, anche perché non sarebbe vero; potrei dire che sto valutando delle opportunità, ma quali opportunità?; e, poi, fare colloqui è pur sempre un modo per fare nuove conoscenze.
Quindi, ancor prima che la ragazza al telefono abbia finito la sua domanda, la blocco con un disponibile "Sì!".
La ragazza vorrebbe già spiegarmi qualcosa, ma le dico che ne avrà modo l'indomani.

E' mercoledì, l'appuntamento è per le 14 in via Arnaldo da Brescia.
Mi imbuto nella metropolitana, a porta Nuova mi imbarco clandestino sul 4 (la chiamano metropolitana leggera, anche se non ho mai capito cos'abbia di leggero) e, fiducioso, mi metto a leggere. Confido sulla mi innata memoria approssimativa, avendo una vaga idea di dove sia via da Brescia.
Arrivato all'altezza di corso Traiano (lo deduco dalla voce gracchiante che annuncia le fermate, volgo il mio sguardo a destra e vedo stagliarsi l'imponente entrata di Fiat Mirafiori.
Preso da un leggero dubbio, chiedo cortese ed affabile come solo in certi momenti so fare, ad un'anziana signora con le borse della spesa se ho già superato la mia fermata.
La signora si trattiene dal ridacchiare e dal darmi del ragazzino (a volte la grigia brizzolatura sulle tempie è di grande aiuto) e mi dice che devo risalire di 3-4 fermate.

Scendo al volo ed attraverso corso Unione piroettando atletico e felino piroetto, volteggio e dribblo tra le auto che sfrecciano (l'avreste mai sospettata tanta agilità nel vostro simpatico eroe?) per prendere al volo il 63.
Pur fiducioso nel mio innato senso dell'orientamento (anche se avessi fatto il boy scout ne sarei stato espulso per incapacità di orientarmi nei boschi) chiedo indicazioni all'autista. Effettivamente sono 3-4 fermate: la vecchietta non mi aveva gabbato, anche se la cosa le sarebbe stata facile, mandandomi chissà dove.

Scendo alla fermata dopo via Filadelfia e, per non incorrere in ulteriori errori, consulto l'enorme mappa alla pensilina della fermata. Mi aiuta una frecciona rossa che recita "Tu sei qui". Ne deduco che sono qui, lì.

Attraverso sotto una pioggerellina fitta ed insistente (e ben sapete come può essere infida la pioggerellina quando prende confidenza e fiducia in se stessa) attraverso Piazzale S. Gabriele di Gorizia, confesso che neppure sapevo esistesse, pur continuando a fare sonni tranquillissimi, ed imbocco via da Brescia. Che sia via da Brescia lo deduco dalla targa inchiodata all'angolo di un palazzo.
Dall'altra parte della strada la facoltà di Economia, già facoltà di Economia e Commercio, già ospizio Poveri Vecchi. Insomma, una zona colta, dove l'intellighenzia pullula, anche se forse adesso si sta riparando anche lei dalla pioggia.
Ovvio, non dovrei neppure dirlo, che quando guardo i primi numeri di via da Brescia sono all’altezza del 30. Dovete sapere che la numerazione inizia in Piazzale S. Gabriele, al punto che mi domando dove sia esattamente il piazzale. Ma non ho tempo, perché la ricerca mi farebbe arrivare arrivate in ritardo ed io odio arrivare in ritardo: potrebbe dare l'impressione che mi sia perso.

Via da Brescia 7: ci sono.

Suono al citofono e salgo agile come una faina le scale. Per fortuna devo arrivare solo al 1° piano.
Mi apre la porta una signora oversize, che, stando sulle punte dei piedi potrebbe tranquillamente arrivare al metro e sessanta, dai capelli una volta tinti di biondo (improbabile), ma traditi da un 5 centimetri di ricrescita.
Penso sia la segretaria e mi presento.
La cosa né la turba, né le interessa.
Mi fa accomodare e torna nella sua stanza. Ne deduco che lavora alla call center: non telefona, mangia, ma si siede di fronte ad una postazione con tanto di piccì.
Buono e rilassato mi siedo.
Nell'attesa sono tentato di cedere alle lusinghe di un caffé. Mi alzo, leggo un cartellino che recita 'la macchina non dà il resto. Mi risiedo.

L'ufficio è ricavato da una vecchia abitazione. Le porte sono ridipinte di un raggelante grigio topo. La porta di fronte a dove sono seduto credo nasconda la toilette, lo credo perché 2-3 ragazzi, a turno, entrano, sento lo sciacquone e ne escono più sereni di come sono entrati
Alle spalle di dove sono seduto una sala molto ampia, senza le porte, che lascia intravedere una quarantina di postazioni, non più di 5 ragazzi che chiacchierano amenamente tra loro e due finestre che si affacciano su corso Unione.

Aspetto paziente, mi guardo intorno. Si sente un solo ragazzo telefonare: all'inizio si presenta pacato e conciliante; via via la voce diventa più stridula ed aggressiva quando vuole sapere quanto la povera signora all'altra parte del telefono spende al mese in telefonate. La seconda telefonata è più rassegnata: l'interlocutore non spende più di dieci euro al mese, non ha e non è interessato ad avere internet, non guarda la televisione.
Dalla porta alla mia destra esce un ragazzotto con eskimo e tascapane (probabilmente un residuato bellico del '68) ed una graziosa ragazza bionda mi fa entrare.

La prima domanda è imbarazzante: "Abbiamo messo un annuncio per il call center ed uno per agente: lei per quale ha risposto?".
Mi verrebbe da dire che speravo, m'immaginavo lo sapessero loro, sarei tentato di rispondere "agente": "Chi, da piccolo, non ha mai desiderato fare l'agente segreto?". Ma ripiego per un generico e meno impegnativo "Esattamente non ricordo, ne ho mandati diversi (dire 'tanti' mi sembrava eccessivo e non mi va di eccedere con una ragazza appena conosciuta), ma potrei essere interessato ad entrambi".
La ragazza dice che lei è incaricata di fare i colloqui per il call center e mi spiega in cosa consista l'attività di un call center. Non che ci voglia molta fantasia e non è richiesta neppure tanta immaginazione.
Il cliente è Fastweb, le collaborazioni sono solo part time di 4 ore a circa 6 euro lordi l'ora.
Le chiedo cosa intenda per 'circa', ma se la cava con un sorriso.
Le dico che potrei essere interessato, in fondo, penso, con una settimana di lavoro mi pago il mensile del bus e tutto il resto è guadagno: grasso che cola!
"Ma, visto il suo curriculum, potrebbe essere l'ideale per la posizione di agente".
E' sempre incoraggiante sentirsi dire da una ragazza carina che sei un tipo 'ideale', quindi, per non deluderla, le dico che potrei (per non sbilanciarmi ripiego su un elegante condizionale) essere interessato.
L'appuntamento per i colloquio da agente è per l'indomani e, di fatti, l'indomani alle 11 sono di nuovo in via da Brescia, per non sbagliarmi al 7.

La ragazza tarchiata mi riaccoglie, la ragazza carina (quella che mi ha detto che sono un tipo 'ideale') mi dice che la persona con la quale dovrò sostenere il colloquio è in ritardo e se ne scusa.
Mi viene da dirle che non si deve scusare: "Mi basta il suo sorriso ed il suo numero di telefono", ma mi decido per un più generico "Non si preoccupi, forse sono io in anticipo".
Mi guardo intorno: i soliti 5 ragazzi di ieri, una trentina di postazioni lavoro vuote, la solita pioggerellina incalzante fuori dalle finestre che si affacciano su una giornata d'autunno primaverile.
Mi accuccio nella sedia del giorno prima.
Dopo una ventina di minuti suonano al citofono, aprono ed entra un ragazzo con jeans strappato in più punti, macchie alla conegrina (o, forse, candeggina), piercing sul lobo dell'orecchio, capelli ricoperti da una generosa dose di gel.
Beh, mi dico, se questo è qui per un colloquio, me la giuoco alla grande, non fosse altro perché quel gel gli intaserebbe la cornetta.
Torna la ragazza bionda che mi fa accomodare in un sala col tavolo da colloquio.
Di fronte al me il ragazzo gelato: non è lì per un colloquio, ma per farmi il colloquio; non solo, si presenta come il titolare della società.

'Azz!!!

Mi presenta brevemente ma con un certo entusiasmo la società: lavorano per Fastweb, l'impresa è in crescita, anche se da qualche mese alcuni soci se ne sono andati (credo, mi sembra, di sentire che gli scappi anche un 'bastardi!), nonostante la crisi il settore della telefonia non ne è stato toccato, anzi...
Gli agenti, al momento 3 o 4 (sembra che neppure lui ne sia così certo) operano in tutto il Piemonte, lavorano solo con clienti privati su appuntamenti che prende il call center.

Sarei tentato di domandargli 'quali appuntamenti?', visto che su una quarantina di postazioni ho visto solo 5 persone, una sola delle quali telefona e vista la concorrenza che anche, ma non solo, molti negozi di telefonia elettronica, ..., fanno, senza considerare che il contratto può essere concluso telefonicamente o via internet senza avere la seccatura di qualcuno che ti arrivi a casa.
Ma lui mi deve leggere nel pensiero, perché mi anticipa dicendo che il vero lavoro dell'agente è di procacciarsi gli appuntamenti tramite amici e parenti, mettendo locandine nei bar e negli esercizi commerciali, con attività di promozione negli esercizi commerciali, mentre - e qui mi rivela la sua strategia commerciale più segreta, dal che ne deduco di essergli simpatico - il punto di forza nei prossimi mesi saranno i punti di vendita improvvisati per strada. Avete presente la Lucy di Charlie Brown che col suo chiosco da psicologa lungo la strada?

E' così gentile che mi sento in dovere di fargli qualche domanda.

Mi permetto di chiedergli se pensa ci vogliano dei permessi per l'occupazione del suolo pubblico, ma mi rassicura rispondendomi che sta ancora lavorando ai dettagli del progetto.
Ad ogni buon conto, sulla base dell'esperienza maturato da quando è diventato imprenditore di se stesso, un agente che fa nulla guadagna mediamente 1.500 euro, basta darsi un po' da fare e si arriva tranquillamente a 2.500.
Mi chiede se ho l'auto e mi sembra troppo complicato dirgli che da aprile non posso più permettermi di pagare l'assicurazione e cha la batteria è scarica e che tale la lascio per evitare che me la rubino.
D'altra parte la domanda dava per scontata la risposta e mi sembra brutta cosa deluderlo. Quindi gli rispondo: "Certo che ho l'auto!".

Già che sono in vena di domande, esagero e gli chiedo se sono previsti dei benefit aziendali, tipo cellulare, telefono.
Mi accorgo di averlo preso in contropiede e quasi me ne dispiace.
Appena si riprende mi dice che non è previsto telefono aziendale, che ognuno usa il proprio; ma che si può avere il contratto Fastweb.
La cosa mi rassicura, perché almeno un contratto sarei sicuro di farlo sottoscrivere: il mio!
Mi dice anche per le trasferte sta pensando a qualcosa tipo Viacard, ma che dipenderebbe dal numero delle trasferte.
Mi accorgo e ne deduco che non è uno che pensa molto.

Restiamo intesi di risentirci e m'incammino sotto l'infida pioggerellina tormentato dalla solita domanda che mi pongo in questi casi: "Se gli dico che ho capito che mi sta prendendo in giro, sarebbe come dargli dello stupido; non dirglielo e continuare ad annuire, vuol dire che a passare per stupido sono io; ma se fosse vero quello che dice e promette, sono tutti degli stupidi a non crederci ed ancora di più sono stupidi quelli al call center che, pur potendo fare gli agenti e navigare nell'oro, si accontentano delle briciole!".

NON E` una storia di pura invenzione.
Nel racconto SI FA riferimento a fatti e persone REALI.